19 Conclusione generale: recuperare ciò che è stato “dimenticato”
19.1 Perché questo percorso, oggi
Nel corso di questo percorso abbiamo scelto deliberatamente di tenere insieme due prospettive distinte ma complementari. Da un lato, abbiamo preso sul serio l’efficacia delle pratiche contemporanee — meditazione, mindfulness, training compassionevole e auto-compassione — riconoscendone il valore pragmatico. In molti contesti, infatti, queste pratiche funzionano: riducono lo stress, la rimuginazione e la reattività, migliorano la regolazione emotiva e la qualità delle relazioni, offrendo strumenti concreti a chi lavora quotidianamente con la sofferenza.
Dall’altro lato, abbiamo dato pari dignità alla persistente insoddisfazione critica che spesso accompagna tali risultati. Non di rado, infatti, queste pratiche si rivelano insufficienti: funzionano solo parzialmente, in condizioni specifiche, oppure falliscono nel raggiungere i nuclei più profondi e radicati della sofferenza — la vergogna cronica, l’autocritica corrosiva, l’alienazione, il burnout, il cinismo, il trauma complesso, la moral injury.
La motivazione di fondo di questo lavoro è semplice. L’Occidente ha in larga misura “usato” il buddhismo, selezionandone gli elementi culturalmente più compatibili — attenzione al presente, non-giudizio, pratiche di gentilezza — ma spesso ha trascurato quegli elementi strutturali che, nelle tradizioni buddhiste, erano considerati indispensabili per lo sviluppo di una compassione stabile, matura e non reattiva. Alcuni di questi elementi risultano oggi “scomodi”: il decentramento radicale dal sé, la critica dell’auto-centratura, l’addestramento alla non-preferenza, la contemplazione dell’impermanenza e della perdita, la distinzione tra compassione e fusione emotiva e, soprattutto, il legame tra compassione e una trasformazione cognitiva profonda (non-sé, vacuità, non-dualità).
La tesi operativa non è un “ritorno al buddhismo” come religione, né l’importazione di cosmologie o credenze. È una tesi più sobria e pragmatica: ciò che è stato scartato potrebbe contenere leve cliniche e professionali particolarmente rilevanti per affrontare alcune delle crisi più acute delle professioni di aiuto contemporanee. Se molte tecniche funzionano “abbastanza”, vale allora la pena chiedersi: che cosa renderebbe questi risultati più stabili, più profondi, più generalizzabili e meno costosi — emotivamente e professionalmente — per chi se ne fa carico?
19.2 Cosa abbiamo imparato: quattro snodi che cambiano la pratica
1) Compassione non è solo emozione: è una postura cognitiva e relazionale
Nel percorso Mahāyāna, karuṇā non è un sentimento “caldo” da evocare, ma una forma di cura intenzionale: una disposizione orientata ad alleviare la sofferenza, sostenuta da lucidità e da una comprensione più ampia del sé e dell’altro. Questo sposta radicalmente il fuoco del problema. La questione non è “provare abbastanza compassione”, ma strutturare la mente in modo che la compassione non degeneri in ansia empatica, compiacimento, iper-responsabilità o fuga.
Per un operatore, ciò implica un cambio di metrica: la qualità del lavoro non si misura dall’intensità emotiva, ma dalla capacità di restare presenti senza perdersi, di essere coinvolti senza collassare nel ruolo o nell’identità.
2) La non-dualità non è metafisica astratta: è un antidoto contro la reificazione
Le sezioni dedicate alla non-dualità e a Nāgārjuna hanno sostenuto una tesi forte: la sofferenza non nasce solo da eventi o stati emotivi, ma da illusioni cognitive, in particolare dalla reificazione — il trattare come solidi, fissi e assoluti il sé, l’altro, le storie interne e i ruoli (“salvatore”, “incapace”, “vittima”, “colpevole”).
Questo punto, spesso percepito come filosofico, è in realtà sorprendentemente vicino a un obiettivo clinico centrale: ridurre la “presa di realtà” dei contenuti mentali (dereificazione, defusione, metacognizione). Il contributo “dimenticato” è scomodo ma decisivo: molte difficoltà emotive persistono non perché manchi regolazione affettiva, ma perché resta intatto il modo in cui costruiamo il mondo.
3) I brahmavihāra e il tonglen come tecnologie per una cura sostenibile
Nei capitoli dedicati agli Incommensurabili e al tonglen abbiamo visto che queste pratiche non sono semplici esercizi immaginativi, ma addestramenti strutturali che mirano a:
- ridurre le preferenze automatiche (ingroup/outgroup),
- incontrare la sofferenza senza difese rigide,
- trasformare l’istinto di autoprotezione in disponibilità responsabile,
- prevenire l’identità narcisistica del “curante buono”.
Abbiamo inoltre individuato tre pattern disfunzionali che rendono la cura insostenibile — identificazione fusionale, dissociazione difensiva ed eroismo compensatorio — mostrando come le pratiche tradizionali li affrontino spesso in modo più diretto rispetto a molti protocolli contemporanei.
Per le professioni di aiuto questo punto è cruciale: l’imparzialità non equivale a freddezza, ma a equanimità operativa; la sostenibilità non nasce dal “proteggersi meglio”, ma dal ridurre ciò che deve essere continuamente protetto.
4) La self-compassion è utile, ma incompleta
L’analisi della self-compassion ha messo in luce una tensione strutturale. Da un lato, risponde efficacemente a un problema reale — l’autocritica patologica e la vergogna —; dall’altro, opera all’interno di un’antropologia che la prospettiva Mahāyāna non può pienamente condividere. Se non integrata, la self-compassion rischia di diventare un ulteriore dispositivo di rafforzamento dell’auto-centratura.
Può essere un punto di partenza prezioso, soprattutto per chi fatica a ricevere cura, ma non è sufficiente come orizzonte finale. Per le professioni di aiuto, questo suggerisce una traiettoria: dalla self-compassion alla common humanity, dai brahmavihāra al tonglen, fino alle pratiche che interrogano direttamente la reificazione del sé che cura.
19.3 Che cosa potrebbe cambiare nella pratica degli operatori
Di seguito propongo sette piste operative — alcune immediatamente applicabili, altre formulate come domande di ricerca e sperimentazione. L’obiettivo non è “buddhistizzare” la clinica, ma usare alcune intuizioni tradizionali come correttivi e amplificatori di ciò che già funziona.
1) Dal “prendermi cura di me” al “decentrarmi da me” (senza auto-negazione)
Molti operatori oscillano tra due estremi: l’iper-sacrificio e l’auto-protezione difensiva. Il materiale indo-tibetano introduce una terza via: non negare il sé, ma ridurne la centralità.
Proposta concreta: inserire, nella pratica quotidiana o in supervisione, una domanda breve e ricorrente:
In questo momento sto proteggendo il paziente o sto proteggendo la mia immagine di professionista?
Non come accusa, ma come strumento di visibilità: spesso è proprio dove il sé si irrigidisce che nascono burnout e cinismo.
2) Distinguere compassione da angoscia empatica attraverso un indicatore corporeo
Nel lavoro clinico, “funzionare troppo poco” assume spesso questa forma: mi coinvolgo → collasso → mi distacco. La tradizione distingue implicitamente tra karuṇā e distress: la prima è stabile e orientata, il secondo è un sovraccarico disorganizzante.
Proposta concreta: usare un indicatore somatico semplice durante il lavoro:
- se il respiro si blocca e il corpo si contrae, è probabile che si tratti di distress;
- se il respiro resta disponibile e l’attenzione è chiara, siamo più vicini alla compassione.
Non è necessaria una meditazione formale: si tratta di una micro-competenza di autoregolazione già discussa nel capitolo sui brahmavihāra.
3) Reintrodurre un elemento decostruttivo nelle pratiche di mindfulness
Molte pratiche contemporanee di mindfulness si arrestano al livello dell’attenzione e del non-giudizio. Il contributo “dimenticato” è la funzione propriamente vipassanā: vedere impermanenza, dipendenza e non-sostanzialità delle narrazioni mentali.
Proposta concreta: quando emergono pensieri come “io sono fatto così”, “non cambierà mai”, “è colpa mia”, aggiungere una micro-mossa esplorativa:
Questo è un evento mentale condizionato: da cosa è sostenuto proprio adesso?
Un ponte diretto tra pratica contemplativa e formulazione clinica (trigger, schemi, contesti).
4) Tonglen “clinicamente compatibile”: esposizione compassionevole
Come discusso nel capitolo dedicato, il tonglen è potente ma potenzialmente rischioso se usato in modo letterale o senza sufficiente stabilità. In chiave operativa può essere inteso come addestramento a:
- avvicinarsi alla sofferenza senza fusione,
- trasformare l’evitamento in disponibilità,
- restare nel ruolo senza irrigidirsi.
Proposta concreta (per operatori, non per pazienti fragili):
2–3 minuti prima o dopo un turno difficile: inspirare riconoscendo “c’è sofferenza”, espirare offrendo “possa esserci sollievo / spazio / risorsa”.
Senza visualizzazioni intense, senza forzature. Una forma di esposizione regolata che protegge dal distacco cinico.
5) Recuperare l’imparzialità come competenza, non come ideale morale
Nella cultura contemporanea l’imparzialità appare disumana; nella tradizione è la condizione perché la compassione sia affidabile e non selettiva.
Proposta concreta: in équipe, usare casi reali per esplorare i bias di cura:
- chi mi suscita tenerezza?
- chi mi irrita?
- chi mi lascia indifferente?
E poi chiedersi:
quali segnali clinici perdo quando sono in ciascuna di queste modalità?
L’equanimità diventa così una questione di qualità del lavoro e di sicurezza clinica.
6) Auto-compassione: utile, ma con una correzione strutturale
Il corso ha evidenziato una tensione ricorrente: l’auto-compassione funziona perché risponde a vergogna e autocritica, ma può rinforzare la postura narrativa io-osservatore che tratta me-oggetto.
Proposta concreta: affiancare alla self-compassion una pratica di ricezione in seconda persona:
Posso ricevere cura / benevolenza.
Da una figura reale, immaginata o dalla comunità. Questo è più vicino alla fenomenologia tibetana del “ricevere compassione” e spesso decisivo per chi non riesce a “darsela” da solo.
7) Una nuova metrica di efficacia: non solo sintomi, ma capacità di non-reificare
Se valutiamo solo stress e umore, molte pratiche appaiono limitate. Se includiamo anche:
- rigidità identitaria,
- defusione/dereificazione,
- riduzione della polarizzazione io/altro,
- stabilità dell’attenzione in contesti emotivi,
diventa più chiaro che cosa sta davvero cambiando.
Proposta concreta per la didattica: lavorare su due indicatori personali:
- quando mi reifico? (ruolo, immagine, dovere, colpa)
- quanto rapidamente posso lasciar andare quella reificazione?
Una competenza trasversale che connette Nāgārjuna, mindfulness, tonglen e regolazione emotiva.
19.4 Una chiusura: il punto “scomodo” come risorsa
Il buddhismo non è nato per ottimizzare prestazioni o benessere a breve termine, ma per rispondere a una diagnosi radicale: la sofferenza persiste perché la mente reifica, si aggrappa, si separa e si difende. Quando l’Occidente importa le tecniche senza questa diagnosi, ottiene risultati spesso utili, ma parziali.
La posizione conclusiva del percorso è quindi intermedia:
- non è necessario adottare credenze religiose;
- può essere decisivo reintrodurre alcuni elementi “dimenticati”, soprattutto cognitivi e decostruttivi.
Se mindfulness e auto-compassione funzionano, tanto meglio. Ma quando “funzionano troppo poco”, la risposta non è sempre aumentare intensità o numero degli esercizi. Può essere una maggiore profondità strutturale: rivedere il modello di mente e di sé che stiamo implicitamente utilizzando. È qui che il materiale Mahāyāna, con tutte le sue scomodità, diventa sorprendentemente rilevante per le professioni di aiuto: non come ideologia, ma come laboratorio millenario di trasformazione dell’attenzione, delle emozioni e dell’identità.
19.5 Compito 1
19.6 Dalla tecnica alla struttura: rivedere criticamente un intervento esistente
19.6.1 Obiettivo
Analizzare un intervento clinico o educativo già in uso per renderne espliciti i presupposti impliciti sul funzionamento della mente e del sé, e valutare come potrebbe essere rafforzato integrando alcuni elementi “dimenticati” del buddhismo discussi nel corso (decentramento, dereificazione, equanimità, ricezione della compassione).
19.6.2 Consegna
Seleziona un intervento o una pratica che utilizzi abitualmente (o che conosci in modo approfondito). Esempi: mindfulness, self-compassion, training emotivo, psicoeducazione, intervento di gruppo.
Descrivilo sinteticamente (max 1 pagina):
- obiettivi dichiarati,
- contesto e setting (clinico/educativo; individuale/gruppo),
- tecniche principali utilizzate.
Analizzalo criticamente alla luce del corso, rispondendo in modo argomentato a queste domande:
- Quale modello di sé presuppone implicitamente? (sé da regolare, da rinforzare, da osservare, da proteggere?)
- Lavora prevalentemente sul versante costruttivo (regolazione, conforto, stabilizzazione) o include anche elementi decostruttivi (dereificazione, decentramento, critica dell’auto-centratura)?
- In quali condizioni “funziona bene” e dove tende a “funzionare troppo poco”?
- Come si colloca rispetto ai tre pattern disfunzionali discussi (fusione, dissociazione, eroismo compensatorio)?
Proponi una modifica concreta, anche minimale, ispirata al corso:
- una micro-pratica,
- una variazione nel linguaggio,
- un diverso focus attentivo o relazionale,
- un’integrazione (es. ricezione della compassione, equanimità, dereificazione delle narrative).
19.6.3 Output atteso
2–4 pagine scritte oppure presentazione schematica (slide/infografica) che mostri chiaramente:
- intervento originale,
- limite individuato,
- proposta di integrazione e sua logica.
19.7 Compito 2
19.8 Progettare una micro-pratica “scomoda” ma clinicamente sostenibile
19.8.1 Obiettivo
Tradurre un elemento strutturalmente “scomodo” del buddhismo (decentramento del sé, equanimità, tonglen, dereificazione) in una micro-pratica breve, responsabile e applicabile, compatibile con il lavoro professionale.
19.8.2 Consegna
Scegli un nucleo concettuale tra i seguenti:
- non-sé / dereificazione,
- equanimità (vs empatia selettiva),
- tonglen come esposizione compassionevole,
- distinzione tra compassione e angoscia empatica.
Progetta una micro-pratica (2–5 minuti) destinata:
- a te come operatore oppure
- a un contesto specifico (pazienti, studenti, colleghi, caregiver).
Descrivila in modo operativo, specificando chiaramente:
- contesto di utilizzo (quando, con chi, con quali esclusioni),
- obiettivo clinico o professionale,
- istruzioni essenziali, in linguaggio non religioso,
- rischi potenziali e criteri di contenimento,
- pattern disfunzionale principale che la pratica intende contrastare.
19.8.3 Output atteso
- Scheda operativa (1–2 pagine) + breve commento teorico che risponda alla domanda:
Perché questa pratica non è solo una tecnica di regolazione, ma interviene anche sulla struttura del sé?
19.9 Compito 3
19.10 Dal “funziona?” al “che cosa trasforma?”: ridefinire i criteri di efficacia
19.10.1 Obiettivo
Spostare il focus valutativo da “questa pratica riduce i sintomi?” a “che tipo di trasformazione produce e quale modello di mente presuppone?”
19.10.2 Consegna
Individua un contesto reale della tua pratica (clinico, educativo, organizzativo).
Elenca i criteri di efficacia che utilizzi abitualmente (es. riduzione dei sintomi, miglioramento dell’umore, maggiore consapevolezza, qualità della relazione).
Integra almeno due nuovi criteri, ispirati al corso, ad esempio:
- riduzione della reificazione del sé,
- maggiore tolleranza di ambiguità e impermanenza,
- capacità di restare presenti senza collasso empatico,
- diminuzione di ruoli rigidi (“salvatore”, “incapace”, “colpevole”),
- riduzione dei pattern disfunzionali (fusione, dissociazione, eroismo).
Argomenta:
- come questi criteri cambierebbero la valutazione dell’intervento,
- come aiutano a spiegare perché alcune pratiche funzionano solo nel breve periodo.
19.10.3 Output atteso
- Saggio breve o progetto riflessivo (2–3 pagine) che risponda alla domanda:
Che cosa considererei un vero successo clinico se includessi la prospettiva buddhista discussa nel corso?
19.11 Nota finale per i partecipanti
Questi compiti non richiedono di “applicare il buddhismo”, ma di usarlo come strumento critico e diagnostico per:
- rendere espliciti i modelli impliciti della pratica professionale,
- rafforzare interventi già efficaci,
- prevenire burnout, cinismo e iper-identificazione.
La valutazione finale non si baserà sulla fedeltà dottrinale, ma su:
- chiarezza concettuale,
- qualità dell’integrazione,
- responsabilità clinica e riflessività professionale.