10 L’esperienza e la costruzione del sé
10.1 Introduzione
Il capitolo sull’anātman nella sezione precedente e il Capitolo 8 della presente sezione hanno introdotto la dottrina buddhista del non-sé: l’idea che ciò che chiamiamo “io” sia una costruzione convenzionale, non un’entità sostanziale. Questo capitolo approfondisce quella prospettiva da un’angolazione diversa: come l’esperienza ordinaria costruisce, momento per momento, l’illusione di un sé separato.
La differenza di prospettiva è importante. Nel capitolo precedente, l’anātman era presentato come una tesi filosofica da comprendere. Qui l’attenzione si sposta sul processo: come accade che, nonostante l’assenza di un sé sostanziale, l’esperienza appaia strutturata attorno a un centro stabile? E perché questo processo genera sofferenza e chiusura relazionale?
Comprendere questo processo è essenziale per chi lavora nelle professioni di aiuto, perché le stesse dinamiche che costruiscono il “mio” sé costruiscono anche la separazione tra “me” e “l’altro”, ovvero la base della selettività nella compassione.
10.2 La struttura dell’esperienza ordinaria
Consideriamo cosa accade in un momento ordinario di esperienza. Sono seduto, sento un rumore, sorge un pensiero, provo una leggera irritazione. Nell’esperienza ordinaria, tutto questo appare organizzato attorno a un centro: io sento, io penso, io mi irrito.
Ma cosa succede se osserviamo più da vicino?
Il rumore accade. Non c’è bisogno di un “io” perché il suono venga udito: l’esperienza dell’udire accade. Il pensiero sorge. Non c’è un pensatore che “decide” di pensare: il pensiero appare semplicemente. L’irritazione emerge. Non è una scelta: è una risposta condizionata da abitudini, aspettative e stato fisico.
In ciascuno di questi momenti, l’esperienza accade prima che venga riferita a un “io”. Il riferimento al sé è un’operazione successiva, ovvero un modo per organizzare e interpretare ciò che è già accaduto.
Questa osservazione, apparentemente semplice, ha conseguenze profonde. Se il sé non è il punto di partenza dell’esperienza ma una costruzione retroattiva, allora la sua apparente solidità è il risultato di un processo che può essere osservato, compreso e, potenzialmente, trasformato.
10.3 Il meccanismo dell’appropriazione
La tradizione buddhista analizza questo processo attraverso il concetto di appropriazione (upādāna). L’appropriazione è il movimento attraverso cui ciò che accade viene trasformato in “mio”: la mia sensazione, il mio pensiero, la mia emozione e il mio corpo.
Il meccanismo opera attraverso diversi passaggi:
1. Sorgere di un’esperienza: un fenomeno appare nel campo della consapevolezza, sotto forma di sensazione, pensiero o percezione.
2. Reazione affettiva: l’esperienza viene immediatamente colorata da una tonalità affettiva (vedanā) — piacevole, spiacevole o neutra.
3. Identificazione: l’esperienza viene riferita a un soggetto: “io sto sentendo questo”, “questo mi sta accadendo”.
4. Appropriazione: l’esperienza viene incorporata nella narrativa del sé: “Sono una persona che…” , “Mi è successo che…”, “Ho questa caratteristica”.
5. Difesa: una volta che l’esperienza è diventata “mia”, sorge automaticamente la tendenza a proteggerla (se piacevole) o a respingerla (se spiacevole).
Questo processo avviene continuamente, in modo così rapido e automatico da risultare invisibile. Tuttavia, le sue conseguenze sono enormi: ogni momento di appropriazione rafforza l’illusione di un sé separato e genera le condizioni per la sofferenza (Anālayo, 2004).
10.4 Il circuito della sofferenza
Le “tre caratteristiche” dell’esistenza, ovvero duḥkha (insoddisfazione), anitya (impermanenza) e anātman (non-sé), descrivono precisamente questo circuito:
- tutto ciò che sorge è impermanente: sensazioni, pensieri, emozioni, relazioni, il corpo stesso;
- l’impermanenza significa che ciò che è piacevole cesserà, e ciò che è spiacevole ritornerà;
- quando ciò che è impermanente viene appropriato come “mio”, l’impermanenza diventa perdita personale;
- la perdita personale genera insoddisfazione, ovvero il senso sottile ma pervasivo che qualcosa non va, che la situazione dovrebbe essere diversa;
- l’insoddisfazione alimenta ulteriore appropriazione: cerchiamo di controllare, possedere, stabilizzare ciò che per natura è instabile;
- questo sforzo è destinato al fallimento perché presuppone un sé sostanziale che possa controllare; ma quel sé non esiste.
Il circuito si auto-perpetua: più appropriamo, più soffriamo; più soffriamo, più cerchiamo di appropriare. Questa è la dinamica fondamentale che il Buddha ha identificato come radice della sofferenza.
10.5 Applicazioni per le professioni di aiuto
Per chi lavora con la sofferenza altrui, questa analisi illumina dinamiche che operano quotidianamente, ma spesso senza essere riconosciute.
10.5.1 L’appropriazione nella relazione di aiuto
L’operatore non è immune dal processo di appropriazione. Anzi, il contesto della relazione di aiuto offre numerose opportunità per rafforzare il sé:
Appropriazione del ruolo: “Sono un professionista competente”, “Sono una persona che aiuta”. Il ruolo diventa parte dell’identità e ogni fallimento diventa fallimento personale.
Appropriazione dei risultati: “Ho aiutato questo paziente”, “Grazie a me è migliorato”. Il successo viene incorporato nel sé, creando attaccamento ai risultati.
Appropriazione della sofferenza altrui: “Il suo dolore mi tocca profondamente”, “Sento su di me il peso della sua situazione”. La sofferenza dell’altro viene trasformata in “mia” sofferenza.
Ciascuna di queste forme di appropriazione genera le condizioni per la sofferenza dell’operatore: il burnout quando il ruolo viene minacciato, la frustrazione quando i risultati non arrivano e l’esaurimento quando la sofferenza altrui diventa troppo “propria”.
10.5.2 La selettività come difesa del sé
L’appropriazione genera anche selettività nella compassione. Quando il sé è solidificato, la relazione con gli altri viene filtrata attraverso le categorie del sé:
- Questo paziente mi gratifica → compassione facile.
- Questo paziente mi frustra → compassione difficile.
- Questo paziente mi minaccia → evitamento o ostilità.
La selettività non è un difetto morale dell’operatore; è una conseguenza strutturale del processo di appropriazione. Finché l’esperienza è organizzata attorno a un sé da proteggere, la compassione sarà inevitabilmente condizionata da quanto l’altro serve o minaccia quel sé.
10.5.3 Verso una pratica diversa
Riconoscere questi meccanismi non li dissolve automaticamente, ma apre uno spazio di possibilità. Se l’appropriazione è un processo, può essere osservata mentre accade. E ciò che viene osservato con chiarezza perde parte della sua presa automatica.
Alcune domande che possono guidare questa osservazione:
- In questo momento, cosa sto appropriando come “mio”?
- Quale aspetto del mio sé sento minacciato o confermato da questa situazione?
- Posso riconoscere che questa esperienza sta accadendo senza necessariamente essere “mia”?
Non si tratta di forzare un distacco artificiale, ma di allentare la presa dell’appropriazione automatica. Questo allentamento è precisamente ciò che crea spazio per una compassione meno condizionata.
10.6 Verso la non-dualità
L’analisi dell’esperienza condotta in questo capitolo prepara il terreno per il passaggio successivo. Se il sé è una costruzione, e se questa costruzione genera la separazione tra “me” e “altro”, allora la dissoluzione del sé significa anche la dissoluzione della separazione.
Questo è il nucleo della prospettiva non-dualistica che il capitolo successivo esplorerà. La non-dualità non è un’affermazione metafisica (“tutto è uno”), ma una trasformazione dell’esperienza in cui i confini rigidi tra soggetto e oggetto, sé e altro, interno ed esterno si fanno più permeabili.
In questa prospettiva, la compassione non è qualcosa che “io” dirigo verso “l’altro”. È una risposta che emerge naturalmente quando la struttura dualistica dell’esperienza si allenta.