14 Equanimità: il fondamento della cura sostenibile
14.1 Perché un capitolo dedicato all’equanimità
Tra i quattro Incommensurabili (brahmavihāra), l’equanimità (upekkhā) è probabilmente la qualità più fraintesa e trascurata nelle traduzioni contemporanee. Mentre mettā (benevolenza) e karuṇā (compassione) godono di grande popolarità nei programmi di training compassionevole, e muditā (gioia compartecipe) viene almeno menzionata, l’equanimità rimane spesso in ombra, percepita come una qualità “fredda”, passiva o addirittura contraria allo spirito della cura.
Questo capitolo sostiene una tesi diversa: per gli operatori delle professioni di aiuto, l’equanimità non è un optional ma una necessità strutturale. Senza di essa, la benevolenza e la compassione rischiano di diventare instabili, selettive e, alla lunga, insostenibili. L’equanimità è ciò che permette alla cura di durare nel tempo.
14.2 Che cos’è upekkhā
14.2.1 Etimologia e significato
Il termine pāli upekkhā (sanscrito upekṣā) deriva dalla radice ikkh- (“vedere”) con il prefisso upa- (“vicino”, “verso”). Il significato letterale è quindi qualcosa come “guardare da vicino” o “osservare con attenzione” — suggerendo non distacco ma presenza attenta e non reattiva.
Nella letteratura buddhista, upekkhā viene caratterizzata in diversi modi (Anālayo, 2015):
- Equilibrio affettivo: la mente non oscilla tra attrazione e avversione.
- Imparzialità: la cura non dipende da categorie preferenziali (amico/nemico, vicino/lontano).
- Stabilità: la disposizione benevola non viene destabilizzata dalle circostanze.
- Non-appropriazione: il bene dell’altro non viene vissuto come conferma del proprio valore.
14.2.2 Cosa l’equanimità non è
È cruciale distinguere upekkhā da stati che possono superficialmente assomigliarle:
Non è indifferenza (aññāṇupekkhā). L’indifferenza nasce da disconnessione, disinteresse, o difesa. L’equanimità nasce da comprensione e stabilità interiore. L’indifferente non vede; l’equanime vede chiaramente e non reagisce automaticamente.
Non è rassegnazione. La rassegnazione implica impotenza e rinuncia. L’equanimità implica accettazione della realtà così com’è come base per un’azione efficace. L’equanime non si arrende; smette di lottare contro ciò che non può cambiare per concentrare l’energia su ciò che può.
Non è distacco emotivo. Il distacco implica ritiro e chiusura. L’equanimità implica presenza e apertura, ma senza la reattività che trasforma la presenza in sofferenza secondaria.
Non è neutralità professionale nel senso di “non coinvolgimento”. L’equanimità buddhista è pienamente coinvolta, ma il coinvolgimento non dipende da preferenze egoiche.
14.2.3 La metafora della montagna e del lago
Due immagini tradizionali possono aiutare a comprendere la qualità dell’equanimità:
La montagna rimane stabile indipendentemente dalle condizioni meteorologiche: sole, pioggia o tempesta. La montagna non è insensibile alle condizioni meteorologiche, ma la sua natura non viene alterata da queste. Così è la mente equanime: attraversata da emozioni e circostanze, ma non destabilizzata nel suo orientamento fondamentale.
Il lago profondo: la superficie può essere increspata dal vento, ma la profondità rimane calma. L’equanimità non richiede che la superficie sia sempre piatta, ma permette che le increspature non raggiungano il fondo.
14.3 L’equanimità nel sistema dei brahmavihāra
14.3.1 Perché upekkhā viene per ultima
Nella sequenza tradizionale dei quattro Incommensurabili, ovvero mettā, karuṇā, muditā e upekkhā, l’equanimità occupa l’ultima posizione. Questo non è casuale ma indica una progressione necessaria.
Mettā (benevolenza) stabilisce l’orientamento fondamentale: desiderare il bene degli altri. Karuṇā (compassione) permette di incontrare la sofferenza senza fuggire. Muditā (gioia compartecipe) bilancia karuṇā, permettendo di gioire del bene altrui. Upekkhā (equanimità) stabilizza e purifica le tre qualità precedenti, rendendole imparziali e sostenibili.
Senza questa progressione, l’equanimità rischia di trasformarsi in freddezza, una forma sofisticata di difesa. Con questa progressione, l’equanimità diventa il coronamento della cura: una benevolenza che non dipende da condizioni, una compassione che non si esaurisce e una gioia che non invidia.
14.3.2 L’equanimità come “nemico vicino” e “nemico lontano”
La tradizione buddhista distingue, per ogni brahmavihāra, un “nemico vicino” (uno stato che gli assomiglia ma ne è la distorsione) e un “nemico lontano” (lo stato opposto).
Per upekkhā:
- Nemico vicino: l’indifferenza — sembra equanimità ma nasce da disconnessione.
- Nemico lontano: l’attaccamento/avversione selettiva — l’oscillazione tra preferenza e rifiuto.
Riconoscere il “nemico vicino” è particolarmente importante per gli operatori di aiuto: la dissociazione difensiva può mascherarsi da equanimità professionale, ma le sue radici e i suoi effetti sono completamente diversi.
14.4 Equanimità e professioni di aiuto
14.4.1 Il problema: la cura selettiva
Ogni operatore sa, anche se raramente lo ammette apertamente, che la cura non è distribuita in modo uniforme. Alcuni pazienti suscitano spontaneamente più interesse, più empatia e più coinvolgimento. Altri, per ragioni che spesso sfuggono alla consapevolezza, ricevono un’attenzione più superficiale, più sbrigativa e più difensiva.
Questa selettività non è (solo) un problema etico. È un problema clinico: i segnali che perdiamo quando siamo in modalità difensiva, l’ascolto che si riduce quando siamo annoiati, le intuizioni che non emergono quando non siamo veramente presenti. La qualità della cura dipende dalla qualità dell’attenzione, e la qualità dell’attenzione dipende dalla capacità di essere presenti indipendentemente dalle nostre preferenze.
L’equanimità non elimina le preferenze, sarebbe irrealistico. Riduce il loro potere di determinare la qualità della presenza. L’operatore equanime può notare “Questo paziente mi irrita” senza che l’irritazione diventi il filtro attraverso cui tutto viene percepito.
14.4.2 Equanimità e i tre pattern disfunzionali
Nei capitoli precedenti abbiamo identificato tre pattern che rendono la cura insostenibile: l’identificazione fusionale, la dissociazione difensiva e l’eroismo compensatorio. L’equanimità si relaziona a ciascuno di essi in modo specifico:
Rispetto all’identificazione fusionale: l’equanimità fornisce la stabilità che impedisce alla compassione di diventare contagio emotivo. Quando l’operatore è radicato nell’equanimità, può aprirsi alla sofferenza dell’altro senza perdere i propri confini. Non si tratta di “non sentire”: il sentire non destabilizza la base.
Rispetto alla dissociazione difensiva: l’equanimità è l’alternativa sana alla dissociazione. Entrambe producono una certa “distanza” dalla sofferenza dell’altro, ma con meccanismi e conseguenze completamente diversi. La dissociazione chiude, l’equanimità mantiene aperto. La dissociazione impoverisce l’esperienza, mentre l’equanimità la chiarifica.
Rispetto all’eroismo compensatorio: l’equanimità è l’antidoto più diretto. L’eroismo dipende dall’attaccamento ai risultati e al riconoscimento, mentre l’equanimità scioglie questo attaccamento. L’operatore equanime può impegnarsi pienamente senza che il suo valore dipenda dall’esito. Ciò libera energia: non è più necessario “riuscire” per sentirsi adeguati.
14.4.3 Indicatori di carenza di equanimità
Come può un operatore riconoscere che la propria equanimità è insufficiente? Alcuni segnali:
A livello cognitivo:
- pensieri frequenti su “pazienti preferiti” vs “pazienti difficili”;
- ruminazione selettiva (pensare molto ad alcuni casi, dimenticare altri);
- giudizi categorici (“questo è un caso interessante”, “questo è noioso”).
A livello emotivo:
- oscillazioni marcate di umore legate ai diversi pazienti;
- entusiasmo eccessivo per alcuni, noia o fastidio per altri;
- delusione intensa quando un paziente “promettente” non migliora.
A livello comportamentale:
- tempi di colloquio sistematicamente diversi;
- qualità dell’ascolto variabile;
- disponibilità diversa (rispondere fuori orario per alcuni, non per altri).
A livello somatico:
- tensione corporea anticipatoria prima di certi colloqui;
- rilassamento eccessivo (quasi sonnolenza) con certi pazienti;
- segnali di attivazione simpatica selettiva.
14.4.4 Indicatori di equanimità funzionante
Al contrario, un’equanimità sufficientemente sviluppata si manifesta come:
- Presenza costante: la qualità dell’attenzione non dipende da chi si ha davanti.
- Recupero rapido: quando l’equilibrio viene perturbato, si ristabilisce senza sforzo eccessivo.
- Impegno senza attaccamento: ci si dedica pienamente senza che l’esito determini il senso di valore.
- Compassione stabile: la cura non oscilla tra ipercoinvolgimento e ritiro.
- Chiarezza percettiva: si vedono i pazienti come sono, non come proiezioni delle proprie preferenze.
14.5 Coltivare l’equanimità: indicazioni pratiche
14.5.1 Pratica formale: meditazione sull’equanimità
La pratica tradizionale di upekkhā-bhāvanā segue tipicamente questa struttura:
1. Stabilizzazione preliminare (5 minuti) Sedersi in posizione comoda. Portare l’attenzione al respiro. Lasciare che la mente si stabilizzi.
2. Riflessione sulla natura condizionata (5 minuti) Richiamare alla mente che tutti gli esseri — incluso se stessi — agiscono in base a cause e condizioni. Nessuno sceglie deliberatamente di soffrire. Nessuno è “intrinsecamente” cattivo o buono. Le azioni nascono da condizioni; le condizioni possono cambiare.
Frasi di supporto:
- “Tutti gli esseri sono eredi delle proprie azioni”.
- “Io non posso controllare la felicità o la sofferenza di un altro”.
- “Posso offrire cura; l’esito non dipende solo da me”.
3. Estensione progressiva (10-15 minuti)
Portare alla mente, in sequenza:
- Una persona neutra (qualcuno che non suscita né attrazione né avversione).
- Una persona cara.
- Una persona difficile.
- Se stessi.
- Tutti gli esseri.
Per ciascuno, coltivare la stessa qualità di presenza equilibrata. Notare le oscillazioni (più facile con alcuni, più difficile con altri) senza giudicarle, tornando all’equilibrio.
4. Radiazione “senza misura” (5 minuti) Lasciare che l’equanimità si estenda senza direzione specifica, come una luce che illumina senza scegliere cosa illuminare.
5. Chiusura (2-3 minuti) Tornare al respiro. Notare lo stato della mente. Dedicare i meriti della pratica.
14.5.2 Pratica informale: equanimità nel lavoro quotidiano
Prima dei colloqui: Breve pausa (anche solo 30 secondi) per notare le proprie aspettative e preferenze rispetto al paziente che si sta per incontrare. Non per eliminarle, ma per riconoscerle — così che non operino in modo inconsapevole.
Durante i colloqui: Quando si nota un’oscillazione (attrazione, avversione, noia), usarla come segnale per tornare alla presenza. Domanda interna: “Posso restare con questo paziente così com’è, senza bisogno che sia diverso?”
Dopo i colloqui: Breve verifica: “Ho offerto a questo paziente la stessa qualità di presenza che offro agli altri?” Se no, notare senza giudizio — l’equanimità si applica anche a se stessi.
In supervisione: Usare la supervisione per esplorare i propri bias. Domande utili:
- Con quali pazienti mi sento più “vivo”? Perché?
- Quali pazienti tendo a dimenticare? Cosa questo dice di me?
- Dove il mio senso di valore professionale è più “attaccato” ai risultati?
14.5.3 Ostacoli comuni e come affrontarli
“Mi sembra di diventare freddo/a” Questo è il segnale che si sta scivolando verso il “nemico vicino” (indifferenza). Tornare a mettā e karuṇā; l’equanimità deve essere costruita su di esse, non al posto di esse.
“Non riesco a non avere preferenze” Le preferenze non sono il problema; l’identificazione con esse lo è. L’obiettivo non è eliminare le preferenze ma ridurne il potere di determinare la qualità della presenza.
“Mi sembra passivo/a” L’equanimità non è passività. È la base per un’azione più efficace — perché libera dalla reattività che spesso rende l’azione impulsiva o difensiva.
“È troppo difficile con certi pazienti” Proprio quei pazienti sono i “maestri” dell’equanimità. Non si tratta di riuscire sempre, ma di usare le difficoltà come occasioni di pratica.
14.6 Equanimità e saggezza: il legame con prajñā
Nel Mahāyāna, l’equanimità matura non è solo una qualità affettiva — è inseparabile dalla comprensione della vacuità. Quando si realizza che il sé è vuoto di esistenza intrinseca, l’attaccamento alle preferenze si allenta naturalmente: non c’è un “io” solido che deve essere protetto o gratificato.
Questo non significa che l’equanimità richieda la realizzazione completa della vacuità. Significa che:
- La comprensione intellettuale dell’interdipendenza supporta la pratica dell’equanimità.
- La pratica dell’equanimità prepara la mente alla comprensione più profonda.
- Le due dimensioni (affettiva e cognitiva) si rinforzano reciprocamente.
Per gli operatori di aiuto, questo si traduce in una consapevolezza pratica: i confini tra “io” e “paziente” sono costruzioni funzionali, non realtà assolute. Questa consapevolezza non dissolve i confini professionali — li rende più flessibili, meno difensivi, più permeabili alla comprensione autentica.
14.7 Equanimità e compassione: complementi, non opposti
Spesso si teme che l’equanimità possa “spegnere” la compassione, che diventare più equanimi significhi diventare meno coinvolti, meno appassionati, meno umani.
La tradizione buddhista sostiene esattamente il contrario: l’equanimità è ciò che permette alla compassione di diventare illimitata. Senza equanimità, la compassione rimane selettiva (rivolta solo a determinate persone), instabile (presente oggi, assente domani) e condizionata (dipendente da risposte e risultati). Con l’equanimità, invece, la compassione può estendersi a tutti, mantenersi stabile nel tempo e persistere a prescindere dalle circostanze.
Per usare un’analogia: l’equanimità è come le fondamenta di un edificio. Non sono visibili e non sono la parte “interessante”, ma senza di esse l’edificio non può stare in piedi. Allo stesso modo, l’equanimità non è la parte “vistosa” della cura, ma ciò che le permette di essere solida e duratura.
14.8 Considerazioni finali
Per gli operatori delle professioni di aiuto, l’equanimità non è un lusso contemplativo ma una competenza professionale essenziale. È ciò che permette di:
- offrire a tutti i pazienti la stessa qualità di presenza;
- restare coinvolti senza esaurirsi;
- agire efficacemente senza dipendere dai risultati;
- mantenere la compassione stabile nel tempo.
La sua coltivazione richiede un impegno intenzionale: non emerge spontaneamente, soprattutto in culture che considerano il coinvolgimento emotivo intenso come segno di cura autentica. Tuttavia, i benefici sono considerevoli: una cura più equa, sostenibile e, paradossalmente, più profonda, in quanto libera dalle distorsioni che le preferenze egoiche introducono inevitabilmente.
L’equanimità non è l’assenza di cura. È la cura che ha smesso di essere instabile.