14  La meditazione Tonglen

14.1 Un approccio radicale alla compassione

La meditazione tonglen (tib. gtong len, “dare e prendere”) è una delle pratiche più caratteristiche dell’addestramento mentale tibetano (blo sbyong, “lojong”). La sua radicalità non consiste soltanto nel contenuto simbolico, ovvero “prendere” su di sé la sofferenza e “dare” benessere, ma nell’obiettivo che la sostiene: invertire l’orientamento spontaneo della mente, normalmente centrato sulla protezione del sé, e trasformarlo in un movimento stabile di cura (karuṇā) verso gli altri.

La pratica del tonglen lavora contemporaneamente su due piani che, secondo la tradizione del Mahāyāna, non possono essere separati:

  • piano etico-affettivo: ampliare la compassione fino a renderla imparziale, capace di includere anche ciò che normalmente rifiutiamo;
  • piano cognitivo-decostruttivo: indebolire la reificazione del sé (svabhāva del “me”) che alimenta attaccamento, avversione e paura.

Per questo motivo, non si tratta di una “visualizzazione di benessere”, ma di una pratica che unisce la costruzione (stabilizzare la cura) e la decostruzione (smontare l’ego-centratura). La compassione matura (mahākaruṇā) richiede la collaborazione tra karuṇā e prajñā, ovvero tra disponibilità affettiva e visione non duale.

14.2 Origini: dallo “scambio di sé e altri” al dare e prendere

È utile distinguere due livelli storicamente e concettualmente connessi, ma non identici:

  1. Lo scambio di sé e degli altri (parātmaparivartana) nel Bodhicaryāvatāra di Śāntideva (VIII sec.). In questo caso l’accento è posto soprattutto sull’inversione di priorità: spostare il baricentro dal “mio bene” al “bene altrui”, smascherando l’arbitrarietà della preferenza per il proprio interesse.

  2. La forma respiratoria del tonglen (inspirare “sofferenza”, espirare “benessere”), sviluppata e sistematizzata nella tradizione tibetana del lojong. Questa forma rende l’intuizione dello “scambio” praticabile e quotidiana: il respiro diventa un supporto per allenare la mente a non contrarsi di fronte al dolore e a non trattenere ciò che si considera “proprio”.

Il collegamento tra i due livelli è stretto: la pratica respiratoria traduce in esperienza concreta ciò che Śāntideva esprime con argomenti e immagini contemplative. Quando Śāntideva scrive:

VIII:120. Chi desidera conseguire rapidamente la propria liberazione e quella degli altri deve impegnarsi nel supremo mistero: lo scambio del sé con gli altri.

il “mistero” non è esoterismo, ma una trasformazione contro-intuitiva: ridurre l’investimento nel sé è ciò che rende possibile una libertà più ampia e, insieme, una cura più inclusiva.

14.3 Cornice filosofica: vacuità, due verità, efficacia della cura

Il tonglen presuppone una tensione che attraversa tutto il Mahāyāna: la sofferenza è urgente sul piano dell’esperienza, ma priva di essenza sul piano ultimo. È la stessa logica delle due verità:

  • convenzionale (saṃvṛti): gli esseri soffrono e chiedono risposta;
  • ultima (paramārtha): soggetto, oggetto e sofferenza non possiedono un’esistenza intrinseca.

La pratica non risolve il paradosso a livello teorico, ma lo incarna. Si agisce come se la sofferenza fosse pienamente reale (perché è reale come esperienza), ma senza solidificarla in una sostanza metafisica. Qui si ritorna al punto già emerso con Nāgārjuna: la vacuità è un mezzo che impedisce alla mente di trasformare la compassione in identificazione, possesso o ruolo. In questa direzione, Garfield insiste sul fatto che la cura è pienamente tale solo quando non resta imprigionata nella dualità rigida soggetto/oggetto (Garfield, 2022).

14.4 Che cosa allena davvero Tonglen

La meditazione tonglen non invita a “farsi carico” della sofferenza nel senso psicologico di assorbirla o di sostituirsi all’altro. Il suo bersaglio è più preciso:

  1. la contrazione difensiva di fronte al dolore (paura, rifiuto, evitamento);
  2. l’appropriazione del bene (trattenere sicurezza, merito, riconoscimento);
  3. l’illusione di separatezza che rende naturale privilegiare il sé e considerare “altro” ciò che soffre.

Per questo motivo, la pratica non richiede un’escalation emotiva, ma piuttosto coraggio e stabilità. Se diventa angoscia empatica, ha perso il suo asse; se diventa freddezza, non ha mai davvero aperto il cuore.

14.5 La pratica: una progressione essenziale

La struttura del tonglen può essere suddivisa in tre passaggi (dal più accessibile al più sottile), corrispondenti a livelli progressivi di trasformazione.

14.5.1 1) Scambio affettivo-immaginativo

  • Inspirare: accogliere la sofferenza (immaginata come oscurità/fumo) senza respingerla.
  • Espirare: offrire sollievo e bene (luce/aria chiara) senza trattenerlo.

A questo livello, le immagini hanno una funzione pedagogica: rendono visibile il gesto interiore del “non chiudersi” e del “non possedere”. È anche il livello in cui più facilmente si commette l’errore classico di confondere l’apertura con la sopraffazione. Per questo motivo, la stabilità di sati e śamatha è una precondizione pratica e non un dettaglio.

14.5.2 2) Scambio dell’identità e delle priorità

Qui entra in gioco il pensiero di Śāntideva: non tanto “io prendo il tuo male”, ma io non considero più il mio benessere come automaticamente più importante.

La pratica diventa quindi una verifica continua delle micro-preferenze dell’ego:

  • perché la mia paura conta più della tua?
  • perché il mio conforto è “ovvio” e il tuo è “opzionale”?

Questo passaggio non elimina la persona, ma smonta l’idea di un sé che possiede un diritto speciale al proprio vantaggio.

14.5.3 3) Scambio non-reificante: agire senza “salvatore”

Quando la base è stabile, l’attenzione si sposta dalla scena immaginativa alla visione:

  • ciò che chiamiamo “io che do” e “tu che ricevi” è una costruzione dipendente;
  • la compassione funziona proprio perché non deve appoggiarsi su un’identità solida.

In questo modo, il Tonglen incontra direttamente la grammatica Madhyamaka: la pratica è efficace non perché l’ego diventa più grande (“io altruista”), ma perché diventa più vuoto, più poroso e meno possessivo.

14.6 Il Tonglen nel contesto del lojong: trasformare le avversità

Una delle ragioni per cui il tonglen diventa centrale nel lojong è che si presta a un principio tipico dell’addestramento mentale: trasformare le condizioni avverse in sentiero. L’esperienza spiacevole non è solo un ostacolo da superare, ma un materiale da convertire in pratica: ogni difficoltà può diventare un’opportunità di inversione dell’ego-centratura.

Questa è anche la ragione per cui molti maestri contemporanei descrivono il tonglen come “l’allenamento al coraggio”: non perché glorifica la sofferenza, ma perché rende possibile l’apertura proprio dove la mente ordinaria vorrebbe chiudersi.

14.7 Tonglen nelle professioni di aiuto: potenzialità e cautele

14.7.1 Una pratica per chi già lavora con la sofferenza

Per gli operatori delle professioni di aiuto, il tonglen presenta una peculiarità: non si tratta di “aggiungere” esposizione alla sofferenza a una vita che ne è priva, ma di trasformare la qualità di un’esposizione già quotidiana. Ciò cambia significativamente il contesto della pratica.

Un terapeuta, un medico o un assistente sociale, per esempio, incontrano la sofferenza ogni giorno. La domanda non è “come posso espormi di più alla sofferenza?”, ma “come posso affrontare la sofferenza che già incontro senza che mi consumi o mi indurisca?”. In questa prospettiva, il tonglen offre una “grammatica interiore” per questo stare.

14.7.2 Relazione con i pattern disfunzionali

Nel capitolo precedente abbiamo individuato tre modalità che rendono la cura insostenibile: l’identificazione fusionale, la dissociazione difensiva e l’eroismo compensatorio. Il Tonglen, se praticato correttamente, lavora su tutti e tre.

Contro la fusione: il Tonglen non chiede di “assorbire” la sofferenza dell’altro fino a farla propria. L’immagine dell’inspirare la sofferenza è simbolica, non letterale. Il fumo nero che si inspira non si “accumula” nel praticante, ma viene accolto e trasformato. Questo passaggio è cruciale: la pratica insegna che è possibile aprirsi alla sofferenza senza identificarsi con essa. La sofferenza non si deposita, ma passa attraverso.

Contro la dissociazione: il impedisce la chiusura difensiva, perché il suo gesto fondamentale è esattamente l’opposto: aprirsi a ciò che la mente vorrebbe respingere. Tuttavia, lo fa in modo strutturato e intenzionale, non passivo. L’operatore che pratica il Tonglen non “subisce” la sofferenza dell’altro, ma la incontra attivamente con una postura di apertura deliberata.

Contro l’eroismo: il terzo livello della pratica — lo scambio non-reificante — smonta direttamente la struttura del “salvatore”. Non c’è un “io” solido che dona benessere a un “altro” bisognoso. La pratica funziona proprio perché questa struttura si allenta. Per un operatore incline all’eroismo compensatorio, il tonglen può essere una medicina potente: lo costringe a riconoscere che la cura efficace non richiede un sé grandioso, ma uno spazio di presenza non contratto.

14.7.3 Quando tonglen può essere controindicato

Tonglen non è sempre la pratica giusta. Alcune situazioni richiedono cautela:

Esaurimento acuto: se un operatore è già in burnout o in prossimità di esso, il tonglen, con la sua enfasi sull’aprirsi alla sofferenza, può peggiorare la situazione. In questi casi, è più appropriato enfatizzare l’equanimità (upekkhā) o le pratiche di mettā rivolte a sé stessi, prima di tornare al tonglen.

Mancanza di stabilità meditativa: il Tonglen richiede una base di śamatha (calma concentrata) e sati (presenza mentale). Senza questa base, il rischio di angoscia empatica aumenta significativamente. Per operatori senza esperienza meditativa, è consigliabile costruire prima questa stabilità.

Trauma non elaborato: se l’operatore ha traumi personali non elaborati legati a sofferenze simili a quelle che incontra nel lavoro, tonglen può riattivare materiale doloroso in modo non sicuro. In questi casi, è necessario un lavoro terapeutico personale.

Confusione sul significato della pratica: se il tonglen viene interpretato come “devo assorbire il dolore dei miei pazienti”, la pratica è stata fraintesa e può diventare dannosa. La chiarezza concettuale è un prerequisito.

14.7.4 Forme adattate per il contesto professionale

La tradizione del lojong prevede diverse forme di tonglen, alcune delle quali si prestano particolarmente bene al contesto delle professioni di aiuto:

Tonglen “sul posto”: praticato brevemente nel momento stesso dell’incontro con la sofferenza. Mentre si ascolta un paziente raccontare il proprio dolore, l’operatore può coordinare silenziosamente il proprio respiro con il gesto interiore del tonglen, inspirando apertura alla sofferenza presente ed espirando disponibilità e presenza. Questa pratica non sostituisce l’attenzione clinica, ma la sottende con una postura interiore diversa.

Tonglen retrospettivo: praticato dopo il lavoro, ripensando ai pazienti/utenti incontrati durante la giornata. Questa forma di tonglen permette di “completare” gli incontri che sono rimasti aperti dal punto di vista emotivo, trasformando i residui di preoccupazione o disagio in materiale di pratica.

Tonglen prospettico: praticato prima di incontrare situazioni difficili che si prevedono. Prepara la mente all’apertura, riducendo la contrazione preventiva che spesso accompagna l’attesa di colloqui impegnativi.

Tonglen per sé stessi: quando l’operatore sta soffrendo per difficoltà personali o per il peso del lavoro, tonglen può essere diretto verso di sé. In questa forma, si inspira la propria sofferenza (riconoscendola pienamente) e si espira sollievo verso sé stessi. Questo non è narcisismo contemplativo, ma il riconoscimento che anche chi cura ha bisogno di cure.

14.7.5 Indicatori di pratica efficace

Come può un operatore riconoscere che tonglen sta funzionando nel modo giusto? Alcuni segnali positivi sono:

  • maggiore capacità di restare presente con la sofferenza senza bisogno di “fare qualcosa” immediatamente;
  • riduzione della ruminazione sui casi difficili al di fuori dall’orario di lavoro;
  • senso di apertura piuttosto che di pesantezza dopo gli incontri;
  • minore identificazione con il ruolo di “salvatore”;
  • compassione più stabile che non oscilla tra ipercoinvolgimento e distacco.

Al contrario, i segnali di allarme includono: un aumento dell’ansia o della preoccupazione, la sensazione di “portarsi a casa” la sofferenza dei pazienti, un esaurimento crescente e la tendenza ad evitare certi pazienti o certe situazioni.

14.8 Benefici e rischi: chiarezza invece di romanticismo

14.8.1 Benefici principali

  1. Erosione dell’ego-centratura: la mente impara a non considerare il sé come l’unico metro di valore.
  2. Stabilità affettiva: il contatto con la sofferenza diventa possibile senza collasso né evitamento.
  3. Imparzialità crescente: si riduce la selettività (cura per i “miei”, indifferenza per gli “altri”).
  4. Integrazione con la saggezza: la pratica spinge verso una comprensione vissuta dell’interdipendenza.

14.8.2 Rischi tipici (e loro interpretazione)

  1. Angoscia empatica / saturazione: segnala che manca stabilità (sati-śamatha) o che la pratica è stata interpretata come “assorbimento”.
  2. Inflazione altruistica (“io salvatore”): segnala che la pratica è stata scollegata dalla vacuità.
  3. Confusione sul paradosso della sofferenza: segnala che non è chiaro il gioco delle due verità (reale come esperienza, vuota come essenza).

14.9 Tonglen, non-dualità e vita nel mondo

È importante evitare di interpretare il tonglen in modo “ascetico”, come se valesse solo durante la meditazione. Il riferimento al Vimalakīrti Sūtra funziona da promemoria: la non-dualità non è una fuga, ma un modo diverso di abitare il mondo. Il tonglen, infatti, può essere praticato come micro-gesto quotidiano: ogni incontro con la sofferenza o la frustrazione diventa un’occasione per ridurre l’appropriazione e la difesa.

Per gli operatori delle professioni di aiuto, questo significa che la distinzione tra “pratica formale” e “lavoro clinico” può progressivamente sfumare. Non nel senso che si medita invece di lavorare, ma nel senso che il lavoro stesso diventa il luogo della pratica. Ogni colloquio, ogni visita, ogni incontro con la sofferenza può essere vissuto con la postura del tonglen: apertura senza identificazione, cura senza possesso, presenza senza contrazione.

Questa è anche la soglia in cui la pratica mostra il suo carattere Mahāyāna: non mira solo a “stare meglio”, ma a trasformare l’esistenza in un luogo di addestramento continuo, in cui la cura non dipende da condizioni ideali.

14.10 Considerazioni finali

Il Tonglen è una pratica esigente perché colpisce il punto più stabile dell’esperienza ordinaria: la convinzione tacita che il sé debba essere protetto per primo. Attraverso il gesto simbolico del “prendere e dare”, la mente viene educata a:

  • non contrarsi davanti alla sofferenza,
  • non trattenere il bene come proprietà,
  • non reificare l’identità di chi aiuta e di chi riceve.

Per gli operatori delle professioni di aiuto, il tonglen offre qualcosa di specifico: non una tecnica per “gestire” la sofferenza incontrata nel lavoro, ma una trasformazione della postura con cui si incontra tale sofferenza. La differenza è sostanziale. “Gestire” implica che c’è un problema da contenere, mentre “trasformare la postura” significa cambiare la struttura stessa dell’incontro.

Quando ciò avviene, la cura diventa più sostenibile, non perché si è imparato a “proteggersi meglio”, ma perché c’è meno da proteggere. Il sé che temeva di essere sopraffatto dalla sofferenza altrui si rivela più poroso, più vuoto e meno bisognoso di difese rigide. Paradossalmente, è proprio questo svuotamento che rende possibile una presenza più piena e duratura.

In questa convergenza tra addestramento affettivo e visione non duale, il tonglen realizza la logica Mahāyāna già emersa nei capitoli precedenti: la compassione matura non è un’emozione intensa, ma una cura senza possessività, resa possibile dalla comprensione della vacuità. Proprio per questo motivo, il tonglen non è soltanto un metodo tra gli altri, ma un laboratorio in cui karuṇā e prajñā diventano esperienza, trasformando l’ego non per negazione, ma per svuotamento.

Bibliografia

Garfield, J. L. (2022). Buddhist ethics: A philosophical exploration. Oxford University Press.