9 Abbandonare tutti i punti di vista
9.1 Introduzione
Il capitolo precedente ha introdotto il pensiero non dualistico come trasformazione dell’esperienza. Questo capitolo approfondisce quella prospettiva attraverso la filosofia di Nāgārjuna, ovvero il pensatore che ha articolato nel modo più radicale la connessione tra vacuità, interdipendenza e liberazione.
Nāgārjuna (II secolo d.C.) non propone una nuova teoria della realtà. Propone qualcosa di più radicale: un metodo per dissolvere l’attaccamento a qualsiasi teoria. Il suo Mūlamadhyamakakārikā (Versi fondamentali sulla Via di Mezzo) non sostituisce le vedute errate con vedute corrette; mostra come l’atto stesso di aggrapparsi a una veduta generi sofferenza (Stepien, 2024; Westerhoff, 2009).
Per chi lavora nelle professioni di aiuto, questa prospettiva ha un’applicazione diretta. Gli operatori non sono immuni dall’attaccamento alle vedute: teorie sulla natura umana, modelli di intervento, interpretazioni dei casi e giudizi sui pazienti. Nāgārjuna offre strumenti per riconoscere come queste vedute, anche quando utili, possano diventare gabbie. E come sia possibile utilizzarle senza esserne catturati.
9.2 La via di mezzo: oltre esistenza e non-esistenza
Le Kārikā si aprono con un omaggio al Buddha come colui che ha insegnato la via di mezzo (madhyamā pratipad):
Non cessando, non sorgendo
Non annientato, non eterno
Non identico, non diverso
Non venendo, non andando
Co-origine dipendente,
Come la felice cessazione della concettualizzazione —
Questo è ciò che il Buddha perfettamente risvegliato ha insegnato (MK 0:1–2)
La “via di mezzo” non è un compromesso tra estremi, né una posizione intermedia. È il superamento dell’alternativa stessa. Dire che i fenomeni “non sorgono e non cessano” non significa che siano eterni; significa che le categorie di “sorgere” e “cessare” non colgono la loro natura.
Nel capitolo 5, Nāgārjuna chiarisce:
Ma coloro che, privi di comprensione,
accettano l’esistenza o la non-esistenza delle cose
non vedono la cessazione gioiosa
di ciò che deve essere compreso (MK 5:8)
Il problema non è quale posizione si adotti, ma l’atto stesso di fissare una posizione. Tanto l’affermazione (“le cose esistono in sé”) quanto la negazione (“le cose non esistono affatto”) sono forme di reificazione. La liberazione non consiste nel trovare la risposta giusta, ma nel cessare di cercare risposte che fissino la realtà.
9.3 Origine dipendente, vacuità, designazione convenzionale
Nel capitolo 24, Nāgārjuna articola il cuore del suo pensiero in un verso che è stato chiamato “la chiave di volta della Madhyamaka”:
Dichiariamo che l’origine dipendente è vacuità.
Essa è una designazione dipendente;
proprio questo è il sentiero di mezzo (MK 24:18)
Tre nozioni vengono qui identificate:
Origine dipendente (pratītyasamutpāda): tutti i fenomeni sorgono in dipendenza da cause e condizioni. Nulla esiste in modo isolato o auto-fondato.
Vacuità (śūnyatā): l’assenza di esistenza intrinseca. “Vuoto” non significa “inesistente”, ma “privo di natura propria indipendente”.
Designazione convenzionale (prajñaptir upādāya): i concetti che usiamo sono strumenti contestuali, non descrizioni di essenze.
Queste tre nozioni sono equivalenti funzionali: dire che qualcosa è “vuoto” significa dire che “sorge in dipendenza” significa dire che è “designato convenzionalmente”. Non c’è una realtà nascosta dietro le apparenze; c’è il riconoscimento che le apparenze non possiedono la solidità che sembrano avere.
9.3.1 La vacuità della vacuità
Un punto cruciale, e spesso frainteso, è che anche la vacuità è vuota. Se la vacuità fosse una “verità ultima” da afferrare, diventerebbe un nuovo dogma, un nuovo oggetto di attaccamento.
Nel capitolo 13, Nāgārjuna formula un avvertimento famoso:
La vacuità, come rinuncia a tutte le vedute,
è stata proclamata dai Vittoriosi.
Ma coloro che hanno adottato la vacuità come veduta
sono detti incurabili (MK 13:8)
“Incurabili” (asādhya) — il termine è forte. Chi trasforma la vacuità in una posizione da difendere ha perso il punto. La vacuità è uno strumento terapeutico, non una verità da possedere. Serve a dissolvere l’attaccamento, non a crearne uno nuovo.
9.4 La catena della liberazione
Nel capitolo 18, Nāgārjuna descrive il meccanismo della sofferenza e della sua cessazione:
La liberazione avviene mediante la distruzione delle azioni e delle contaminazioni;
le azioni e le contaminazioni sorgono da concettualizzazioni falsificanti;
queste sorgono dall’ipostatizzazione;
ma l’ipostatizzazione si estingue nella vacuità (MK 18:5)
La catena è:
- ipostatizzazione (prapañca): la tendenza a fissare la realtà in concetti solidi;
- concettualizzazione distorta (vikalpa): interpretazioni che reificano;
- azioni e afflizioni (karma e kleśa): reazioni condizionate dalla distorsione;
- sofferenza (duḥkha): il risultato del ciclo.
La vacuità interrompe questa catena alla radice: non reprimendo le reazioni, ma dissolvendo l’errore cognitivo che le genera. Non si tratta di “non pensare”, ma di pensare senza reificare.
9.5 Applicazioni per la pratica professionale
La filosofia di Nāgārjuna può sembrare astratta, ma ha applicazioni concrete per chi lavora nelle professioni di aiuto.
9.5.1 Le vedute nella relazione di aiuto
Gli operatori lavorano inevitabilmente con vedute: teorie psicologiche, modelli diagnostici e interpretazioni dei casi. Queste vedute sono strumenti necessari: senza di esse, non ci sarebbe orientamento. Ma possono anche diventare gabbie.
Alcuni esempi di vedute che possono reificarsi:
- “Questo paziente è borderline” — da descrizione funzionale a identità fissa;
- “Il problema è la famiglia disfunzionale” — da ipotesi a certezza;
- “Non vuole cambiare” — da osservazione a giudizio definitivo;
- “Ho fatto tutto il possibile” — da valutazione a difesa del sé.
Quando una veduta si reifica, smette di essere uno strumento e diventa un filtro che distorce la percezione. L’operatore non vede più il paziente; vede la propria interpretazione del paziente.
9.5.2 Usare le vedute senza esserne catturati
La soluzione di Nāgārjuna non è abbandonare le vedute — sarebbe impossibile e non desiderabile. È usarle riconoscendone la natura convenzionale.
Concretamente, questo significa:
Mantenere le interpretazioni con leggerezza: “Questa è un’ipotesi utile” invece di “Questo è ciò che sta accadendo”.
Rimanere aperti alla disconferma: notare quando i dati non confermano l’interpretazione, invece di forzarli a confermala.
Riconoscere la funzione delle vedute: chiedersi “A cosa serve questa interpretazione? Cosa mi permette di fare? Cosa mi impedisce di vedere?”
Distinguere la mappa dal territorio: ricordare che i modelli teorici sono strumenti, non descrizioni fedeli della realtà.
9.5.3 L’operatore “incurabile”
L’avvertimento di Nāgārjuna sugli “incurabili” ha un’applicazione diretta. L’operatore “incurabile” è quello che:
- ha trasformato un approccio terapeutico in una verità assoluta;
- non può più vedere ciò che non conferma la sua teoria;
- difende le proprie interpretazioni invece di verificarle;
- ha smesso di imparare perché “sa già”.
Questo non significa che avere competenze o convinzioni sia sbagliato. Significa che l’attaccamento alle competenze e alle convinzioni può diventare un ostacolo. Il buon operatore usa i propri strumenti; l’operatore “incurabile” è usato da essi.
9.5.4 La vacuità come spazio di possibilità
Se le vedute sono vuote, ovvero prive di natura intrinseca, allora non sono definitive. Questo non è un limite; è una liberazione.
Il paziente che “non vuole cambiare” potrebbe volere qualcosa che non abbiamo riconosciuto. La situazione “senza speranza” potrebbe contenere possibilità che le nostre categorie escludono. Il “fallimento” potrebbe essere l’inizio di qualcosa che non sappiamo ancora vedere.
La vacuità delle vedute non è nichilismo (“niente ha senso”); è apertura (“il senso non è fissato una volta per tutte”).
9.6 Una nota sui paralleli occidentali
Alcuni interpreti hanno notato affinità tra Nāgārjuna e pensatori occidentali come Wittgenstein (la critica alle pretese assolutizzanti del linguaggio) e Derrida (la decostruzione dei significati fissi). Questi paralleli sono interessanti, ma rischiano di essere fuorvianti se suggeriscono che la Madhyamaka sia “solo” una forma di scetticismo o relativismo.
La differenza cruciale è che Nāgārjuna non si ferma alla critica. La dissoluzione delle vedute non è fine a sé stessa; è la condizione per una trasformazione etica e contemplativa. Il punto non è concludere che “non possiamo sapere nulla”, ma liberare la mente dalla presa delle concettualizzazioni per permettere una risposta più fluida e compassionevole alla realtà.
9.7 Verso la pratica dell’attenzione
Il capitolo ha presentato la filosofia di Nāgārjuna come “terapia delle vedute”. Ma questa terapia non opera solo attraverso l’argomentazione filosofica. Richiede una pratica che trasformi le abitudini cognitive.
I capitoli successivi esplorano questa pratica. Il prossimo introduce sati, ovvero l’attenzione consapevole, come fondamento della trasformazione dell’esperienza. Non si tratta di “applicare” la filosofia di Nāgārjuna, ma di sviluppare la capacità di vedere direttamente ciò che Nāgārjuna descrive concettualmente: la natura costruita, condizionata e vuota dell’esperienza.