4  La compassione nel Mahāyāna: sistematizzazioni filosofiche

4.1 Introduzione

I capitoli precedenti hanno introdotto il fondamento filosofico della compassione buddhista (il non-sé e la vacuità) e il confronto con le concezioni occidentali. Questo capitolo entra nel cuore della tradizione Mahāyāna per esaminare come le principali scuole filosofiche abbiano sistematizzato la nozione di karuṇā.

La domanda centrale è: da dove viene la compassione? È una qualità innata che deve essere svelata, o una capacità che deve essere costruita attraverso la pratica? Le risposte a questa domanda hanno conseguenze dirette per la pedagogia della compassione, e quindi per la formazione degli operatori nelle professioni di aiuto.

Il capitolo si articola in tre parti: la figura del bodhisattva come paradigma della compassione Mahāyāna; le diverse posizioni delle scuole filosofiche sull’origine della karuṇā e le implicazioni di queste posizioni per la pratica.

4.2 Il bodhisattva: un nuovo paradigma

Il Mahāyāna introduce una figura che trasforma radicalmente il significato della pratica buddhista: il bodhisattva, letteralmente un “essere orientato al risveglio”. A differenza dell’ideale del Buddhismo delle origini, centrato sulla liberazione individuale (arhat), il bodhisattva incarna un impegno diverso: rimandare la propria liberazione finale per dedicarsi alla liberazione di tutti gli esseri senzienti (Williams, 2008).

Questa scelta non è concepita come un sacrificio eroico, ma come conseguenza naturale della comprensione della realtà. Se il sé non esiste come entità separata, se tutti i fenomeni sono interdipendenti, allora la distinzione tra “la mia liberazione” e “la liberazione degli altri” perde il suo fondamento. Il bodhisattva non rinuncia a qualcosa che gli appartiene; riconosce piuttosto che l’idea stessa di una liberazione puramente individuale è incoerente con la natura della realtà.

4.2.1 La bodhicitta: l’intenzione che trasforma

Il momento inaugurale del percorso del bodhisattva è la generazione della bodhicitta, termine che viene tradotto variamente come “mente del risveglio”, “aspirazione all’illuminazione” o “intenzione altruistica”. La bodhicitta non è semplicemente un buon proposito; è una riconfigurazione dell’orientamento fondamentale della mente.

La tradizione distingue due aspetti della bodhicitta:

  • Bodhicitta aspirazionale (praṇidhāna): l’aspirazione a raggiungere il risveglio per il beneficio di tutti gli esseri. È paragonata al desiderio di intraprendere un viaggio.

  • Bodhicitta applicata (prasthāna): l’impegno concreto nelle pratiche che conducono al risveglio. È paragonata all’effettivo mettersi in cammino.

La bodhicitta non è un’emozione passeggera, ma un orientamento stabile della volontà che deve essere coltivato, rinnovato e protetto. I testi Mahāyāna dedicano ampio spazio ai rituali e alle pratiche per generare, rafforzare e non perdere la bodhicitta — segno della sua importanza centrale.

Per gli operatori nelle professioni di aiuto, il concetto di bodhicitta offre una prospettiva interessante sulla motivazione. La motivazione ad aiutare può avere diverse fonti: senso del dovere, bisogno di essere utili, identificazione con un ruolo o compassione spontanea. La bodhicitta rappresenta un tipo diverso di motivazione: un orientamento stabile che non dipende da gratificazioni immediate, che sopravvive ai fallimenti e che non si esaurisce con l’uso. È una motivazione che si auto-sostiene perché non è centrata sul sé.

4.3 L’origine della compassione: tre prospettive

Le principali scuole del Mahāyāna offrono risposte diverse alla domanda sull’origine della compassione. Queste differenze non sono meramente speculative; hanno conseguenze per il modo in cui la compassione viene coltivata.

4.3.1 Tathāgatagarbha: la compassione come natura originaria

La dottrina del Tathāgatagarbha (“embrione del Buddha” o “natura del Buddha”) afferma che ogni essere senziente possiede, in forma latente, le qualità del risveglio — inclusa la compassione. Questa natura originaria non è qualcosa che deve essere creato, ma qualcosa che è già presente, sebbene oscurato dall’ignoranza e dalle afflizioni mentali.

In questa prospettiva, il percorso spirituale non è un processo di acquisizione, ma di rivelazione. Come un sole coperto dalle nuvole, la natura del Buddha è sempre presente; la pratica consiste nel dissipare le nuvole che la nascondono.

Implicazioni per la pratica: se la compassione è innata, l’enfasi cade sulla rimozione degli ostacoli piuttosto che sulla costruzione di nuove capacità. Le pratiche mirano a purificare la mente, a riconoscere e lasciar andare ciò che blocca l’espressione spontanea della karuṇā.

Rischi potenziali: questa visione può generare passività (“la compassione emergerà da sola”) o frustrazione (“se è innata, perché non la sento?”). Può anche essere fraintesa in senso essenzialista, come se esistesse un “vero sé” compassionevole da scoprire — il che contraddirebbe la dottrina del non-sé.

4.3.2 Yogācāra: predisposizione e trasformazione della coscienza

La scuola Yogācāra elabora una posizione più sfumata attraverso la teoria dei gotra (lignaggi o famiglie spirituali). Secondo questa dottrina, gli esseri hanno diverse predisposizioni verso il risveglio: alcuni sono naturalmente orientati verso il percorso del bodhisattva, altri verso percorsi diversi.

In questa prospettiva, la compassione universale (mahākaruṇā) richiede una specifica predisposizione, ovvero il bodhisattva-gotra, che non tutti possiedono in egual misura. Tuttavia, questa predisposizione non è sufficiente: deve essere attivata e sviluppata attraverso la pratica.

Lo Yogācāra pone particolare enfasi sulla trasformazione della coscienza (vijñāna-pariṇāma). La compassione matura quando le strutture profonde della mente, in particolare la “coscienza deposito” (ālaya-vijñāna) dove sono immagazzinate le tracce karmiche, vengono gradualmente purificate e trasformate.

Implicazioni per la pratica: l’enfasi cade sul lavoro sistematico con la mente, attraverso pratiche meditative che trasformano le strutture cognitive e affettive. La compassione non emerge semplicemente rimuovendo ostacoli, ma richiede una riconfigurazione attiva dei pattern mentali.

Rischi potenziali: la teoria dei gotra può essere interpretata in modo deterministico, suggerendo che alcuni sono “destinati” alla compassione e altri no. Le interpretazioni più mature della tradizione evitano questo rischio sottolineando che le predisposizioni possono essere coltivate.

4.3.3 Madhyamaka: la compassione come frutto della comprensione

La scuola Madhyamaka, fondata da Nāgārjuna, adotta un approccio diverso. Rifiuta l’idea di predisposizioni innate ontologicamente determinate, insistendo invece sul ruolo della comprensione e della pratica intenzionale.

In questa prospettiva, la karuṇā autentica emerge dalla realizzazione della vacuità (śūnyatā). Quando si comprende, non solo intellettualmente, ma esperienzialmente, che il sé non esiste come entità separata, la distinzione tra “la mia sofferenza” e “la sofferenza dell’altro” perde il suo fondamento. La compassione sorge naturalmente, non come dovere morale imposto, ma come risposta appropriata a una realtà correttamente compresa.

Śāntideva, nel Bodhicaryāvatāra, articola questa posizione con un argomento che merita attenzione:

La sofferenza deve essere eliminata — non perché sia “mia” o “tua”, ma semplicemente perché è sofferenza. Se la sofferenza del mio piede deve essere curata dalla mia mano, perché la sofferenza dell’altro non dovrebbe essere curata da me?

L’argomento non fa appello all’empatia o alla benevolenza, ma alla coerenza logica. Se la ragione per cui elimino la sofferenza è che è sofferenza (non che è mia), allora non c’è ragione per limitare questa cura al “mio” corpo o alla “mia” mente.

Implicazioni per la pratica: l’enfasi cade sull’integrazione tra pratica meditativa e comprensione filosofica. La compassione non è primariamente una questione di sentimenti, ma di visione corretta: una visione che deve essere coltivata attraverso lo studio, la riflessione e la meditazione.

Rischi potenziali: un’enfasi eccessiva sulla comprensione intellettuale può generare una compassione “fredda” o disconnessa dall’esperienza emotiva. La tradizione corregge questo rischio insistendo sulla necessità di integrare prajñā (saggezza) e karuṇā (compassione): nessuna delle due è completa senza l’altra.

4.4 Convergenze: la trasformazione della soggettività

Nonostante le differenze, le tre prospettive convergono su un punto fondamentale: la compassione autentica richiede una trasformazione della struttura stessa della soggettività. Non si tratta semplicemente di provare sentimenti più intensi o di compiere più azioni altruistiche, ma di modificare il modo in cui l’esperienza è organizzata.

Questa convergenza può essere articolata in tre dimensioni.

Dimensione cognitiva: tutte le scuole concordano che la compassione matura richiede una comprensione della natura del sé e della realtà. L’ignoranza (avidyā), in particolare l’illusione di un sé separato, è identificata come l’ostacolo fondamentale.

Dimensione affettiva: la trasformazione non è puramente intellettuale. Coinvolge le strutture emotive, le reazioni automatiche e le tendenze abituali. La pratica deve lavorare su questi livelli, non solo sulle credenze esplicite.

Dimensione relazionale: la compassione matura modifica il modo in cui ci si rapporta agli altri. La distinzione rigida tra “chi aiuta” e “chi è aiutato” si attenua; la relazione diventa più fluida, meno gerarchica e meno carica di appropriazione.

4.5 Implicazioni per la formazione degli operatori

Le sistematizzazioni Mahāyāna offrono diversi spunti per ripensare la formazione alla compassione nelle professioni di aiuto.

4.5.1 Oltre il dilemma natura/cultura

Il dibattito tra Tathāgatagarbha (la compassione è innata) e Madhyamaka (la compassione è coltivata) risuona con le discussioni contemporanee sulla natura della compassione. È un tratto di personalità stabile? Una competenza che può essere appresa? Una risposta automatica che può essere potenziata?

La tradizione Mahāyāna suggerisce che il dilemma è mal posto. La compassione può essere vista come una potenzialità che richiede condizioni appropriate per manifestarsi. La pratica non crea qualcosa dal nulla, né semplicemente rimuove ostacoli: crea le condizioni in cui la compassione può emergere e stabilizzarsi.

Questa prospettiva ha conseguenze pratiche. Se la compassione fosse puramente innata, basterebbe “sbloccarla”; se fosse puramente appresa, basterebbe insegnarla. Se è una potenzialità che richiede condizioni, il lavoro formativo deve operare su più livelli: rimuovere ostacoli, fornire strumenti, creare contesti favorevoli e sostenere la pratica nel tempo.

4.5.2 La motivazione come oggetto di coltivazione

Il concetto di bodhicitta suggerisce che la motivazione stessa può e deve essere coltivata intenzionalmente. Non basta “avere buone intenzioni”; l’intenzione deve essere stabilizzata, approfondita e protetta dall’erosione.

Per gli operatori, questo significa che la motivazione non può essere data per scontata. L’entusiasmo iniziale, il desiderio di aiutare, il senso di vocazione — tutte queste forme di motivazione possono deteriorarsi nel tempo, sotto la pressione del lavoro, dei fallimenti e della routine. Una formazione che non include la coltivazione esplicita della motivazione è incompleta.

4.5.3 Il ruolo della comprensione

La prospettiva Madhyamaka sottolinea che la compassione autentica richiede comprensione, non solo sentimento. Questo ha implicazioni per la formazione.

Una formazione che si limita a potenziare la risposta emotiva alla sofferenza rischia di generare operatori emotivamente reattivi ma cognitivamente fragili. La comprensione — delle cause della sofferenza, della natura dei processi mentali e delle dinamiche relazionali — fornisce una base più stabile per l’azione compassionevole.

Non si tratta di sostituire il cuore con la testa, ma di integrare comprensione e sensibilità. La tradizione Mahāyāna insiste che prajñā senza karuṇā è sterile, e karuṇā senza prajñā è cieca.

4.6 Nota conclusiva

Le sistematizzazioni Mahāyāna della compassione offrono un quadro teorico ricco e articolato che va oltre le concezioni usuali. La karuṇā non è semplicemente un’emozione da provare o una virtù da possedere, ma una qualità che emerge dalla trasformazione della struttura stessa dell’esperienza.

I capitoli successivi esploreranno le dimensioni concrete di questa trasformazione: cosa significa, esattamente, “coltivare” la compassione? Quali pratiche sono state sviluppate? Come operano sulla mente e sull’esperienza?

Bibliografia

Williams, P. (2008). Mahayana Buddhism: the doctrinal foundations. Routledge.