8  Il pensiero non dualistico

8.1 Introduzione

La sezione precedente ha introdotto l’idea che l’esperienza ordinaria costruisca, momento dopo momento, l’illusione di un sé separato. Questo capitolo affronta la domanda successiva: cosa significa superare questa illusione?

La risposta del Mahāyāna è il pensiero non dualistico (advaya). Ma cosa significa, concretamente, “non dualità”? Non si tratta di affermare che “tutto è uno”: un’idea che rischia di essere tanto vaga quanto inutile. Si tratta piuttosto di una trasformazione del modo in cui l’esperienza è strutturata: una trasformazione che dissolve le dicotomie rigide (sé/altro, soggetto/oggetto, interno/esterno) senza negare le differenze funzionali (Anālayo, 2004).

Per chi lavora nelle professioni di aiuto, questa prospettiva ha conseguenze pratiche dirette. La relazione di aiuto è tipicamente strutturata in modo dualistico: c’è chi aiuta e chi è aiutato, chi ha competenze e chi ha bisogni, chi dà e chi riceve. Questa struttura può essere funzionale, ma può anche generare problemi: identificazione con il ruolo, dinamiche di potere e compassione condizionata. Il pensiero non dualistico offre strumenti per riconoscere e allentare queste rigidità.

8.2 Le tre nature: una mappa della trasformazione

Una delle articolazioni più utili del pensiero non dualistico si trova nel Madhyānta-vibhāga, un testo della tradizione Yogācāra. Descrive tre “nature” (svabhāva); non tre mondi diversi, ma tre modi di rapportarsi alla stessa esperienza.

8.2.1 La natura immaginaria (parikalpita)

È il modo ordinario di esperire la realtà. A questo livello:

  • soggetto e oggetto appaiono come entità separate e indipendenti;
  • il sé sembra un centro stabile che “possiede” esperienze;
  • gli altri appaiono come entità esterne, fondamentalmente separate da “me”;
  • le categorie (buono/cattivo, mio/tuo, dentro/fuori) sembrano riflettere divisioni reali.

Questa è la dimensione dell’appropriazione: l’esperienza viene organizzata attorno a un “io” che deve essere protetto, soddisfatto e confermato. È qui che sorgono attaccamento, avversione e, di conseguenza, sofferenza.

Per gli operatori: a questo livello, la relazione di aiuto appare strutturata attorno a identità fisse. “Io sono il terapeuta, tu sei il paziente. Io ho le risorse, tu hai i bisogni. Io sono competente, tu sei in difficoltà.” Questa struttura può essere funzionale per certi scopi, ma genera anche le condizioni per l’esaurimento (quando il ruolo è minacciato) e per la selettività (quando l’altro non corrisponde alle aspettative del ruolo).

8.2.2 La natura dipendente (paratantra)

È il riconoscimento che tutti i fenomeni, incluso il sé, sorgono in dipendenza da cause e condizioni. A questo livello:

  • le entità che sembravano indipendenti vengono riconosciute come processi;
  • il sé appare come una costruzione, non come un dato;
  • l’altro appare come condizionato dalle proprie cause, non come “cattivo” o “buono” in sé;
  • le categorie vengono riconosciute come strumenti utili, non come divisioni ontologiche.

Questa è la dimensione della comprensione: l’esperienza viene vista nella sua struttura condizionata. L’appropriazione si allenta perché si riconosce che non c’è un “io” sostanziale che possiede.

Per gli operatori: a questo livello, la relazione di aiuto appare in modo diverso. Il paziente “difficile” non è difficile per essenza: è il prodotto di una storia, di condizioni e di circostanze. Il mio senso di frustrazione non è una proprietà di “me”: è una risposta condizionata che sorge da cause specifiche. Questa comprensione non elimina la difficoltà, ma la contestualizza, riducendo la tendenza al giudizio e all’appropriazione.

8.2.3 La natura perfettamente realizzata (pariniṣpanna)

È la visione che riconosce pienamente la vacuità: l’assenza di natura intrinseca in tutti i fenomeni. A questo livello:

  • le dicotomie (sé/altro, soggetto/oggetto) sono riconosciute come costruzioni, non come strutture della realtà;
  • l’esperienza continua ad accadere, ma senza la sovrapposizione delle proiezioni dualistiche;
  • la compassione sorge naturalmente perché non c’è più un sé separato da proteggere.

Questa è la dimensione della libertà: non libertà “da” qualcosa, ma libertà nell’esperienza stessa.

Per gli operatori: questo livello rappresenta più un orizzonte che una descrizione della pratica quotidiana. Tuttavia, comprendere che esiste questa possibilità cambia la prospettiva. Le difficoltà della relazione di aiuto non sono inevitabili conseguenze della “natura umana”; sono prodotti di una struttura dualistica che può essere trasformata.

8.3 Cosa significa concretamente “pensare in modo non dualistico”

La descrizione delle tre nature può sembrare astratta. Cosa significa, nella pratica, passare dal pensiero dualistico a quello non dualistico?

8.3.1 Il dualismo come struttura implicita

Il pensiero dualistico non è una teoria esplicita che sosteniamo consapevolmente. È una struttura implicita che organizza l’esperienza in modo automatico:

  • c’è un “io” che esperisce e un “mondo” che viene esperito;
  • c’è un “dentro” (i miei pensieri, le mie emozioni) e un “fuori” (la realtà esterna);
  • c’è un “soggetto” che agisce e un “oggetto” che subisce l’azione.

Questa struttura sembra così ovvia da essere invisibile. Ma le sue conseguenze sono enormi:

  • se c’è un “io” separato, deve essere protetto → difensività;
  • se c’è un “altro” separato, può essere minaccioso → sospetto;
  • se c’è un “dentro” e un “fuori”, posso nascondermi → disconnessione.

8.3.2 Il non dualismo come trasformazione dell’esperienza

Il pensiero non dualistico non nega che l’esperienza abbia struttura. Nega che questa struttura sia intrinseca alla realtà piuttosto che costruita dal modo in cui conosciamo.

Concretamente, questo significa:

  • Riconoscere la costruzione mentre accade: invece di assumere automaticamente “Io sto aiutando lui”, notare: “Sta accadendo un’interazione; la sto interpretando come ‘io che aiuto lui’; questa interpretazione è una costruzione”.

  • Allentare la presa delle categorie: non eliminare le categorie (terapeuta/paziente, aiuto/bisogno), ma riconoscerle come strumenti funzionali, non come divisioni ontologiche.

  • Permettere la permeabilità dei confini: invece di mantenere rigidamente separati “il mio stato” e “il suo stato”, permettere che l’esperienza sia più fluida, senza per questo perdere la capacità di funzionare.

8.3.3 Un esempio concreto

Un operatore è con un paziente che esprime rabbia intensa. Nel modo dualistico:

  • “Lui è arrabbiato” (proprietà che appartiene a lui).
  • “Io devo gestire questa situazione” (io come agente separato).
  • “La sua rabbia mi sta colpendo” (due entità in relazione).

Nel modo non dualistico:

  • “C’è rabbia presente in questa stanza” (la rabbia come processo, non come proprietà).
  • “C’è una risposta che sta emergendo” (non “io” che “decido” cosa fare).
  • “L’esperienza di questo momento include tutto questo” (non “lui” e “io” separati).

La differenza può sembrare sottile, ma le conseguenze sono rilevanti. Nel primo caso, l’operatore deve “difendersi” dalla rabbia dell’altro e “gestire” la situazione, il che richiede energia e genera stress. Nel secondo caso, c’è semplicemente un’esperienza che sta accadendo e una risposta che emerge, senza il peso dell’identificazione.

8.4 Il Vimalakīrti Sūtra: la non dualità in azione

Il Vimalakīrti Sūtra offre una rappresentazione della non dualità non come teoria ma come pratica vissuta. Vimalakīrti è un bodhisattva laico che vive nel mondo, ha relazioni, si ammala; eppure incarna la comprensione non dualistica.

Una scena centrale del testo presenta una serie di bodhisattva che offrono le loro comprensioni della non dualità:

  • uno dice: “Non dualità significa superare la distinzione tra sé e altro”;
  • un altro: “Significa superare la distinzione tra puro e impuro”;
  • un altro ancora: “Significa superare la distinzione tra saṃsāra e nirvāṇa”.

Ogni risposta coglie qualcosa di vero. Ma quando arriva il turno di Vimalakīrti, egli risponde con il silenzio.

Questo silenzio non è rifiuto di comunicare. È il riconoscimento che la non dualità non può essere catturata in una formula: nemmeno in una formula corretta. Ogni affermazione sulla non dualità rischia di diventare un nuovo oggetto di appropriazione (“Io ho capito la non dualità”). Il silenzio interrompe questa tendenza.

Per gli operatori: il silenzio di Vimalakīrti ha un’applicazione pratica. Ci sono momenti nella relazione di aiuto in cui la cosa più appropriata non è dire qualcosa, non è “fare” qualcosa, ma semplicemente essere presenti senza l’urgenza di intervenire. Questo tipo di presenza — non reattiva e non appropriante — è una forma di non dualità in azione.

8.5 Il Sutra del Cuore: la forma è vuoto

Il Prajñāpāramitā Hṛdaya Sūtra (Sutra del Cuore) condensa l’insegnamento della non dualità in una formula paradossale:

La forma è vuoto, il vuoto è forma. Il vuoto non è altro che forma, la forma non è altro che vuoto.

Questa affermazione dissolve l’opposizione tra il mondo fenomenico (la forma) e la vacuità. Non dice che la forma è illusione e il vuoto è realtà. Dice che sono inseparabili: la forma è il modo in cui il vuoto si manifesta; il vuoto è la natura della forma.

Cosa significa per la compassione? Se tutti i fenomeni sono vuoti, ovvero privi di natura intrinseca, esistenti solo in interdipendenza, allora la sofferenza non può essere isolata in un “altro” separato. La sofferenza che appare “là” non è fondamentalmente diversa dalla sofferenza che appare “qui”. La compassione diventa una risposta naturale, non uno sforzo morale.

Il mantra finale del sutra — Gate gate pāragate pārasaṃgate bodhi svāhā (“Andato, andato, andato oltre, completamente andato oltre, risveglio, svāhā”) — non è una formula magica. È l’espressione del movimento dalla dualità alla non dualità: un passaggio che deve essere attraversato, non solo compreso.

8.6 Implicazioni per la pratica

Il pensiero non dualistico non è qualcosa da “applicare” come una tecnica. È una trasformazione graduale del modo in cui l’esperienza è strutturata. Tuttavia, alcune indicazioni possono orientare questa trasformazione:

  • Notare le dicotomie mentre sorgono: quando emerge il pensiero “io/lui”, “dentro/fuori”, “mio problema/suo problema”, notarlo. Non per eliminarlo, ma per riconoscerlo come costruzione.

  • Chiedersi: questa divisione è nella realtà o nel mio modo di conoscere?: spesso le divisioni che sembrano ovvie sono prodotte dal modo in cui organizziamo l’esperienza, non dalla struttura della realtà.

  • Sperimentare con la permeabilità: in momenti protetti, permettere che i confini sé/altro si facciano più porosi. Osservare cosa accade.

  • Non trasformare la non dualità in un nuovo ideale: la non dualità non è uno stato da raggiungere e mantenere. È una direzione di trasformazione, non una destinazione.

8.7 Verso Nāgārjuna

Questo capitolo ha introdotto il pensiero non dualistico come trasformazione dell’esperienza. Il capitolo successivo approfondirà questa prospettiva attraverso la filosofia di Nāgārjuna, ovvero il pensatore che ha articolato nel modo più radicale il nesso tra vacuità, interdipendenza e liberazione.

Nāgārjuna non offre una “teoria della non dualità” da credere, ma una pratica di decostruzione delle vedute rigide, inclusa, crucialmente, la tendenza a reificare la vacuità stessa.

Bibliografia

Anālayo, B. (2004). Satipaṭṭhāna: The Direct Path to Realization (p. 336). Windhorse Publications.