11  Sati: il fondamento della presenza consapevole

11.1 Introduzione

I capitoli precedenti hanno esplorato la filosofia della non-dualità e la decostruzione delle vedute rigide. Questo capitolo segna un passaggio: dalla comprensione concettuale alla pratica.

Sati, termine pāli tradotto variamente come “consapevolezza”, “presenza mentale”, “attenzione”, è il fondamento di questa pratica. Ma cosa significa esattamente sati? E perché è rilevante per la compassione?

La risposta breve è che sati è la capacità di stare con l’esperienza senza reagire automaticamente. Questa capacità è essenziale per la compassione perché permette di incontrare la sofferenza, quella propria e quella altrui, senza le risposte difensive che normalmente la bloccano: evitamento, identificazione, giudizio e fuga nell’azione compulsiva (Anālayo, 2004).

Per chi lavora nelle professioni di aiuto, sati non è un lusso contemplativo. È una competenza professionale fondamentale: la capacità di restare presenti di fronte al dolore senza esserne travolti e senza chiudersi.

11.2 Cosa significa sati

Il termine sati deriva dalla radice sanscrita smṛ, che significa “ricordare”. Ne consegue che sati non si riduce a un semplice “essere nel presente”, ma si configura come un ricordare attivo: ricordare cosa si sta facendo, ricordare l’orientamento della pratica, ricordare di non perdersi nelle reazioni automatiche.

Nella tradizione buddhista, sati ha diverse sfumature:

  • Ricordare di essere presenti: non dimenticare di prestare attenzione a ciò che sta accadendo. Sembra ovvio, ma la mente tende costantemente a vagare, a perdersi in pensieri, preoccupazioni e fantasie. Sati è la capacità di “ritornare” al presente.

  • Riconoscere ciò che sta accadendo: non solo essere presenti, ma sapere cosa è presente. “C’è tensione nel corpo”, “C’è irritazione”, “C’è un pensiero di giudizio”. Questo riconoscimento è già un passo fuori dall’automatismo.

  • Mantenere la continuità: sati non è un lampo momentaneo di consapevolezza, ma la capacità di sostenere l’attenzione nel tempo. Questa continuità è ciò che permette di vedere pattern e processi, non solo momenti isolati.

  • Ricordare il contesto: nel quadro buddhista tradizionale, sati include anche il ricordare gli insegnamenti, i precetti etici e l’orientamento della pratica. Non è attenzione “neutra”, ma attenzione orientata.

11.3 Le quattro fondazioni della consapevolezza

Il Satipaṭṭhāna Sutta, uno dei testi più importanti sulla pratica meditativa, presenta sati come attenzione rivolta a quattro “fondazioni” o ambiti dell’esperienza:

1. Corpo (kāyānupassanā)

L’attenzione al corpo include:

  • il respiro (osservare l’inspirazione e l’espirazione);
  • le posture (sapere se si è seduti, in piedi, sdraiati o in movimento);
  • le attività (essere consapevoli dei movimenti mentre si compiono);
  • le parti del corpo e gli elementi che lo compongono;
  • la natura del corpo (impermanenza, vulnerabilità, mortalità).

Per gli operatori: l’attenzione al corpo è spesso il primo segnale di ciò che sta accadendo nella relazione. Tensione nelle spalle, respiro trattenuto, irrequietezza: questi sono indicatori che qualcosa richiede attenzione, prima ancora che emerga a livello cognitivo. L’operatore che ha sviluppato sati corporea può riconoscere questi segnali e rispondere prima che si trasformino in reazioni automatiche.

2. Sensazioni (vedanānupassanā)

“Sensazione” qui non significa emozione, ma la tonalità affettiva immediata dell’esperienza: piacevole, spiacevole o neutra. Ogni momento di esperienza ha questa colorazione.

La pratica consiste nel riconoscere questa tonalità mentre accade:

  • “questo è piacevole”;
  • “questo è spiacevole”;
  • “questo è neutro”.

Perché è importante? Perché la tonalità affettiva è il punto di innesco delle reazioni. Ciò che è piacevole genera attaccamento (voglio che continui); ciò che è spiacevole genera avversione (voglio che finisca); ciò che è neutro genera disattenzione (non me ne accorgo).

Per gli operatori: nella relazione di aiuto, le tonalità affettive sono costantemente presenti. Il paziente che ci è simpatico genera una tonalità piacevole; quello che ci irrita, una spiacevole. Riconoscere queste tonalità — “c’è una sensazione spiacevole” — crea uno spazio tra lo stimolo e la reazione. Quello spazio è libertà.

3. Mente (cittānupassanā)

L’attenzione alla mente significa riconoscere gli stati mentali mentre sono presenti:

  • mente con desiderio / mente senza desiderio;
  • mente con avversione / mente senza avversione;
  • mente confusa / mente chiara;
  • mente contratta / mente espansa;
  • mente agitata / mente calma.

Il punto non è giudicare questi stati (“Non dovrei provare avversione”) ma riconoscerli (“C’è avversione”). Il riconoscimento stesso trasforma la relazione con lo stato: non siamo più completamente identificati con esso.

Per gli operatori: la capacità di riconoscere i propri stati mentali mentre si lavora è cruciale. “C’è frustrazione” è molto diverso da “Sono frustrato”. Nel primo caso, c’è spazio; nel secondo, l’identificazione è completa. L’operatore che riconosce i propri stati mentali può continuare a funzionare professionalmente anche quando quegli stati sono difficili.

4. Fenomeni (dhammānupassanā)

Questa quarta fondazione è la più complessa. Include l’attenzione a:

  • i cinque ostacoli (desiderio sensoriale, malevolenza, torpore, agitazione, dubbio);
  • i cinque aggregati (forma, sensazione, percezione, formazioni mentali, coscienza);
  • le basi sensoriali (occhio/forme, orecchio/suoni, ecc.);
  • i fattori del risveglio;
  • le Quattro Nobili Verità.

In termini più semplici, questa fondazione riguarda il vedere i pattern, ovvero riconoscere come l’esperienza è strutturata, quali sono gli ostacoli ricorrenti e quali le condizioni che favoriscono o ostacolano la pratica.

Per gli operatori: questo livello corrisponde alla capacità di vedere i propri pattern professionali. Quali situazioni attivano regolarmente i miei ostacoli? Con quali tipi di pazienti tendo a identificarmi? Dove perdo la mia equanimità? Questa conoscenza di sé non è introspezione narcisistica; è strumento professionale.

11.4 Sati e la capacità di stare con la sofferenza

Per chi lavora con la sofferenza, la domanda pratica è: come posso restare presente di fronte al dolore senza chiudermi e senza essere travolto?

La risposta che sati offre è: attraverso il riconoscimento non reattivo.

11.4.1 Il problema della reattività

Quando incontriamo la sofferenza, la nostra o l’altrui, la mente reagisce automaticamente. Le reazioni tipiche sono:

Evitamento: distogliere l’attenzione, cambiare argomento, “passare oltre”. L’evitamento protegge nel breve termine ma genera disconnessione.

Identificazione: fondersi con la sofferenza, sentirla come propria. L’identificazione può sembrare empatia, ma genera esaurimento e confusione tra sé e altro.

Giudizio: interpretare la sofferenza attraverso categorie (“è colpa sua”, “non dovrebbe sentirsi così”). Il giudizio crea distanza ma blocca la comprensione.

Azione compulsiva: precipitarsi a “fare qualcosa” per far cessare la sofferenza. L’azione compulsiva può essere utile ma spesso serve a ridurre il disagio dell’operatore, non quello del paziente.

Tutte queste reazioni hanno in comune una cosa: non permettono di stare con la sofferenza così com’è.

11.4.2 Il riconoscimento come alternativa

Sati offre un’alternativa: il riconoscimento. Invece di reagire alla sofferenza, la si riconosce:

  • “C’è sofferenza presente”.
  • “C’è una risposta nel mio corpo a questa sofferenza”.
  • “C’è un impulso a evitare/identificarmi/giudicare/agire”.

Il riconoscimento non elimina la sofferenza, né elimina le reazioni. Ma crea uno spazio tra lo stimolo e la risposta. In quello spazio, diventa possibile una risposta diversa, ovvero una risposta che non è automatica, che tiene conto della situazione, che è al servizio dell’altro e non solo della riduzione del proprio disagio.

Questo è il nesso tra sati e compassione: la presenza consapevole permette alla compassione di emergere perché rimuove gli ostacoli che la bloccano.

11.5 Sati non è “non giudicare”

Una delle traduzioni più comuni di sati nel contesto della mindfulness contemporanea è “attenzione non giudicante”. Questa formulazione coglie qualcosa di vero, ma rischia di essere fuorviante.

Nel quadro buddhista tradizionale, sati non è priva di discernimento. È, anzi, profondamente discriminante, ma nel senso di riconoscere ciò che è salutare e ciò che non lo è, ciò che conduce alla sofferenza e ciò che conduce alla sua cessazione.

La differenza è tra:

  • Giudizio reattivo: “Non dovrei sentire questo”, “È sbagliato che lui si comporti così”, ovvero giudizi che rafforzano l’identificazione e la reattività;
  • Discernimento: “Questo stato mentale genera sofferenza”, “Questa azione non è utile”, ovvero riconoscimenti che orientano la pratica.

Sati non chiede di sospendere il discernimento. Chiede di sospendere la reattività che normalmente accompagna i nostri giudizi.

11.6 La coltivazione di sati

Sati non è qualcosa che si “ha” o “non si ha”. È una capacità che può essere coltivata attraverso la pratica.

11.6.1 La pratica formale

La forma più comune di coltivazione è la meditazione seduta:

  • sedersi in una postura stabile;
  • portare l’attenzione al respiro o a un altro oggetto;
  • quando la mente vaga, riconoscere che è vagata;
  • riportare gentilmente l’attenzione all’oggetto.

Il “lavoro” non è mantenere l’attenzione fissa (impossibile), ma notare quando si è persa e riportarla. Ogni volta che si nota la distrazione e si torna, si rafforza sati.

11.6.2 La pratica informale

Sati può essere coltivata anche nelle attività quotidiane:

  • camminare sapendo che si sta camminando;
  • mangiare prestando attenzione al cibo;
  • ascoltare qualcuno con piena attenzione.

Per gli operatori, la pratica informale può essere integrata nel lavoro stesso:

  • notare il proprio stato prima di entrare in una sessione;
  • prestare attenzione alle sensazioni corporee mentre si ascolta;
  • riconoscere le proprie reazioni mentre emergono.

11.6.3 Ostacoli comuni

La tradizione identifica cinque ostacoli principali alla pratica:

  1. Desiderio sensoriale: la mente cerca stimoli piacevoli invece di restare con l’esperienza presente.
  2. Malevolenza: irritazione, avversione e resistenza verso l’esperienza.
  3. Torpore: ottundimento, sonnolenza e mancanza di energia.
  4. Agitazione e preoccupazione: la mente è troppo attiva e salta da un pensiero all’altro.
  5. Dubbio: incertezza sulla pratica, su di sé e sulla direzione.

Riconoscere questi ostacoli quando si presentano è già pratica di sati. “C’è torpore”: questo riconoscimento è consapevolezza, anche se il contenuto è un ostacolo.

11.7 Verso le pratiche di compassione

Sati è il fondamento, ma non è il fine. Nel quadro Mahāyāna, la presenza consapevole prepara il terreno per pratiche più specificamente orientate alla compassione.

Il capitolo successivo esplorerà come la mindfulness contemporanea si rapporta a questa tradizione: cosa ha preservato e cosa ha trasformato. I capitoli finali della sezione presenteranno pratiche che integrano sati con la coltivazione esplicita della compassione, culminando nel tonglen.

Ma è importante non saltare questo passaggio. Senza la capacità di stare con l’esperienza, inclusa la sofferenza, le pratiche di compassione rischiano di essere costruzioni mentali fragili, buone intenzioni senza fondamento esperienziale. Sati fornisce quel fondamento.

Bibliografia

Anālayo, B. (2004). Satipaṭṭhāna: The Direct Path to Realization (p. 336). Windhorse Publications.