5  La natura della compassione: cosa viene coltivato

5.1 Introduzione

I capitoli precedenti hanno esplorato il fondamento filosofico della compassione buddhista e le diverse posizioni delle scuole Mahāyāna sulla sua origine. Questo capitolo affronta una domanda più specifica: cosa significa, esattamente, “coltivare” la compassione? Cosa viene trasformato? Verso cosa si evolve?

La risposta del Mahāyāna è che la compassione non è un’emozione da intensificare, ma una qualità complessa che attraversa livelli di maturazione qualitativamente diversi. Comprendere questi livelli è essenziale per chi lavora nelle professioni di aiuto, perché permette di riconoscere dove ci si trova nel percorso e quali sono le direzioni di sviluppo possibili.

5.2 La compassione è un’emozione?

La domanda può sembrare banale, ma la risposta ha conseguenze pratiche importanti.

Nel linguaggio comune, e in molta psicologia contemporanea, la compassione viene trattata come un’emozione, ovvero uno stato affettivo che sorge in risposta alla sofferenza altrui. In questa prospettiva, “coltivare la compassione” significa aumentare la frequenza, l’intensità o la durata di questo stato emotivo.

La tradizione buddhista propone una visione diversa. La karuṇā non è primariamente un’emozione, ma una qualità della mente che integra dimensioni affettive, cognitive e intenzionali. Trattarla come “semplice emozione” significa fraintenderne la natura, e questo fraintendimento ha conseguenze per la pratica.

5.2.1 Il problema della compassione come emozione

Se la compassione fosse solo un’emozione, dovremmo aspettarci che:

  • sia transitoria (le emozioni sorgono e cessano);
  • sia reattiva (dipende da stimoli esterni);
  • sia soggetta a esaurimento (le risposte emotive si attenuano con l’esposizione ripetuta);
  • sia selettiva (le emozioni sono tipicamente dirette verso oggetti specifici).

Queste caratteristiche descrivono effettivamente la compassione nella sua forma ordinaria. E descrivono anche molte delle difficoltà che gli operatori nelle professioni di aiuto incontrano: la compassione che si esaurisce, che diventa selettiva e che non si attiva più di fronte a certi tipi di sofferenza.

La tradizione Mahāyāna riconosce queste limitazioni, ma le considera caratteristiche di una compassione immatura, non della compassione in quanto tale. La coltivazione mira precisamente a trasformare queste caratteristiche.

5.2.2 La compassione come qualità integrata

L’analisi buddhista della compassione identifica almeno tre componenti che devono essere integrate.

Componente affettiva (anukampā): la capacità di essere toccati dalla sofferenza altrui e di risuonare con essa senza esserne travolti. Questa componente fornisce l’energia motivazionale, ma da sola è insufficiente — può portare all’angoscia empatica o all’evitamento.

Componente cognitiva (prajñā): la comprensione delle cause della sofferenza, della sua natura condizionata e della struttura dell’esperienza. Questa componente fornisce direzione e stabilità, ma da sola rischia di essere fredda o distaccata.

Componente intenzionale (bodhicitta): l’orientamento stabile della volontà verso l’alleviamento della sofferenza. Questa componente fornisce continuità e impegno, trasformando la risposta momentanea in disposizione duratura.

La compassione matura è l’integrazione dinamica di queste tre componenti. Non è “più emozione”, ma emozione trasformata dalla comprensione e stabilizzata dall’intenzione.

5.3 La prospettiva dell’Abhidharma: la compassione come assenza

La psicologia buddhista dell’Abhidharma offre una prospettiva interessante che merita attenzione. In questa analisi, la compassione viene definita principalmente attraverso ciò che essa dissolve piuttosto che ciò che afferma.

Due qualità fondamentali caratterizzano la compassione.

  • Adveṣa (assenza di odio): non semplicemente “non odiare”, ma l’assenza attiva di ostilità, ovvero un orientamento mentale che ha smantellato le basi dell’aggressività.

  • Ahiṃsā (non-nocività): non semplicemente “non fare del male”, ma una disposizione attiva a non arrecare danno, ovvero un impegno protettivo verso il benessere altrui.

Questa prospettiva “negativa” può sembrare strana, ma ha una logica precisa. La compassione autentica non è qualcosa che si aggiunge a una mente altrimenti ostile o indifferente; è ciò che emerge naturalmente quando gli ostacoli vengono rimossi.

Per gli operatori, questa prospettiva suggerisce una direzione di lavoro importante. Invece di chiedersi “Come posso sentire più compassione?”, può essere più utile chiedersi “Cosa blocca la compassione?”. L’ostilità latente verso certi pazienti, il giudizio automatico e l’indifferenza difensiva: questi sono gli ostacoli da riconoscere e su cui lavorare. La compassione, in questa visione, non deve essere costruita ma liberata.

5.4 I tre livelli della compassione

La tradizione Mahāyāna articola la maturazione della compassione in tre livelli qualitativamente distinti. Questa classificazione, basata sull’ālambana (il “supporto” o “oggetto” della compassione), non descrive semplicemente gradi di intensità, ma modalità diverse di rapportarsi alla sofferenza.

5.4.1 Primo livello: compassione orientata agli esseri (sattvālambana karuṇā)

È la forma più immediata e accessibile. La compassione sorge in risposta alla sofferenza percepita in individui specifici: il paziente che soffre, il collega in difficoltà o il familiare malato.

Caratteristiche:

  • è reattiva: dipende dalla percezione di un oggetto sofferente;
  • è selettiva: si attiva più facilmente verso alcuni che verso altri;
  • mantiene una struttura dualistica: “io che aiuto” e “altro che soffre”.

Punti di forza:

  • è il punto di partenza naturale;
  • fornisce motivazione immediata;
  • è facilmente riconoscibile e coltivabile.

Limiti:

  • può esaurirsi con l’esposizione ripetuta;
  • è vulnerabile alla selettività (compassione per alcuni, indifferenza per altri);
  • può generare dinamiche di appropriazione (“io che salvo”).

Per gli operatori: Questa è tipicamente la forma di compassione con cui si inizia la professione. È genuina e preziosa, ma insufficiente per sostenere un impegno prolungato. L’operatore che rimane a questo livello è vulnerabile al burnout perché la sua compassione dipende dalla risposta emotiva a ogni caso singolo.

5.4.2 Secondo livello: compassione orientata ai fenomeni (dharmālambana karuṇā)

A questo livello, la compassione è informata dalla comprensione della natura condizionata della sofferenza. L’attenzione si sposta dall’individuo che soffre alla trama di cause e condizioni che producono la sofferenza.

Caratteristiche:

  • è meno reattiva: non dipende dalla percezione immediata di un individuo sofferente;
  • è meno selettiva: riconosce la sofferenza come strutturale, non accidentale;
  • attenua la struttura dualistica: chi soffre è visto come processo, non come entità fissa.

Punti di forza:

  • è più stabile perché non dipende dalla reattività emotiva;
  • riduce il giudizio morale (“è colpa sua”);
  • previene l’identificazione fusionale.

Limiti:

  • può sembrare “fredda” o distaccata se non è integrata con la componente affettiva;
  • richiede una comprensione che non è immediatamente accessibile.

Per gli operatori: questo livello corrisponde a una comprensione più matura della professione. L’operatore non risponde solo al dolore manifesto, ma vede la struttura che lo produce. Questo permette interventi più efficaci e una minore vulnerabilità all’esaurimento emotivo. Tuttavia, richiede formazione e riflessione: non emerge spontaneamente.

5.4.3 Terzo livello: compassione senza oggetto (anālambana karuṇā)

È la forma matura, identificata con la mahākaruṇā (grande compassione). Non dipende dalla percezione di un oggetto sofferente specifico, né dalla comprensione concettuale delle cause della sofferenza. Sorge spontaneamente come espressione diretta della realizzazione della vacuità e dell’interdipendenza.

Caratteristiche:

  • non è reattiva: non dipende da stimoli esterni;
  • è universale: non discrimina tra oggetti;
  • ha dissolto la struttura dualistica: non c’è più un “io che aiuta” separato da un “altro che soffre”.

Punti di forza:

  • è inesauribile perché non dipende da risorse personali;
  • è spontanea perché non richiede sforzo deliberato;
  • è appropriata perché risponde direttamente alla situazione senza distorsioni egoiche.

Limiti:

  • non è accessibile attraverso la sola volontà;
  • richiede una trasformazione profonda della struttura dell’esperienza.

Per gli operatori: questo livello rappresenta un orizzonte più che un obiettivo immediato. Tuttavia, comprendere che esiste questa possibilità cambia la prospettiva sulla pratica. Non si tratta di “gestire” una risorsa limitata, ma di trasformare la struttura stessa della risposta compassionevole.

5.5 La progressione come trasformazione della soggettività

I tre livelli non descrivono semplicemente “quanta” compassione si prova, ma come la si prova — e, più profondamente, chi la prova.

Al primo livello, c’è un soggetto definito (“io”) che prova compassione verso un oggetto definito (“l’altro che soffre”). La struttura dell’esperienza rimane dualistica.

Al secondo livello, la comprensione inizia a erodere questa struttura. L’altro non è più un’entità fissa ma un processo; il confine tra sé e altro diventa più permeabile.

Al terzo livello, la struttura dualistica si è dissolta. Non c’è più un “io” separato che “prova” compassione; c’è una risposta appropriata che sorge dalla situazione stessa.

Questa progressione ha una conseguenza importante: la compassione matura non costa. Non esaurisce risorse personali perché non c’è più un “sé” separato che deve “dare” qualcosa. È questo il senso della famosa affermazione che la compassione autentica è “inesauribile”.

5.6 Implicazioni per la formazione

La distinzione tra i tre livelli ha conseguenze dirette per la formazione degli operatori.

5.6.1 Riconoscere il livello attuale

Il primo passo è riconoscere a quale livello opera tipicamente la propria compassione. Alcuni indicatori sono i seguenti:

Indicatori del primo livello:

  • la compassione si attiva fortemente con alcuni pazienti, poco con altri;
  • dopo giornate intense, ci si sente “svuotati”;
  • si tende a identificarsi con il ruolo di “chi aiuta”;
  • la frustrazione emerge quando i risultati non arrivano.

Indicatori del secondo livello:

  • la risposta è più uniforme tra diversi pazienti;
  • c’è comprensione delle cause sistemiche della sofferenza;
  • minore identificazione con il ruolo;
  • maggiore tolleranza per l’incertezza dei risultati.

Indicatori del terzo livello (rari, ma riconoscibili):

  • la risposta sembra sorgere da sola, senza sforzo deliberato;
  • non c’è senso di “dare” o “sacrificare”;
  • l’azione è appropriata senza calcolo;
  • nessun senso di esaurimento anche dopo esposizione prolungata alla sofferenza.

5.6.2 Direzioni di sviluppo

La transizione dal primo al secondo livello richiede principalmente comprensione: delle cause della sofferenza, della natura condizionata dell’esperienza e delle dinamiche relazionali. Questa comprensione può essere favorita attraverso la formazione teorica, la supervisione riflessiva e le pratiche contemplative analitiche.

La transizione dal secondo al terzo livello richiede una trasformazione più profonda della struttura dell’esperienza. Non basta comprendere intellettualmente che il sé è una costruzione; questa comprensione deve diventare esperienza vissuta. Qui entrano in gioco le pratiche contemplative più avanzate, che verranno esplorate nel capitolo successivo.

5.6.3 Evitare le trappole

Alcune trappole comuni sono le seguenti.

Saltare i livelli: tentare di accedere al terzo livello senza aver stabilizzato i precedenti. Questo può produrre un distacco che si maschera da equanimità o un’indifferenza che si maschera da non-attaccamento.

Restare bloccati: rimanere indefinitamente al primo livello, gestendo i sintomi (burnout, cinismo) senza affrontare la struttura sottostante.

Confondere comprensione e realizzazione: pensare di essere al terzo livello perché si comprende intellettualmente la vacuità, mentre la struttura effettiva dell’esperienza rimane dualistica.

5.7 Nota conclusiva

La tradizione Mahāyāna offre una mappa della compassione che va ben oltre la concezione ordinaria. La karuṇā non è semplicemente un’emozione da provare più spesso o più intensamente, ma una qualità che attraversa livelli di maturazione qualitativamente diversi (Ricard, 2015).

Comprendere questa mappa non significa doverla percorrere interamente. Significa però sapere che ci sono direzioni di sviluppo possibili, che le difficoltà incontrate (esaurimento, selettività e frustrazione) non sono inevitabili, e che la trasformazione della compassione è inseparabile dalla trasformazione di chi la prova.

Il capitolo successivo esplorerà i metodi concreti attraverso cui questa trasformazione viene coltivata.

Bibliografia

Ricard, M. (2015). Altruism: The power of compassion to change yourself and the world. Atlantic Books Ltd.