3 Due concezioni della compassione
3.1 Introduzione
Il capitolo precedente ha introdotto il fondamento filosofico della compassione buddhista: la dottrina del non-sé (anātman) e la sua estensione mahāyāna nella vacuità (śūnyatā). Ma cosa significa, concretamente, che la compassione buddhista presuppone questo fondamento? In che modo si distingue dalle concezioni della compassione sviluppate in Occidente, sia nella tradizione filosofica sia nella psicologia contemporanea?
Questo capitolo affronta il confronto tra due modi radicalmente diversi di intendere la compassione. Non si tratta semplicemente di registrare differenze terminologiche, ma di comprendere come concezioni diverse del sé producano pratiche diverse, con conseguenze concrete per chi lavora nelle professioni di aiuto.
3.2 Compassio e karuṇā: due orizzonti semantici
Le etimologie non determinano i significati, ma rivelano gli orizzonti culturali in cui i concetti si sono formati.
Il termine occidentale “compassione” deriva dal latino compassio, letteralmente “soffrire insieme” (cum + pati). Questa radice inscrive il concetto in un registro semantico centrato sulla condivisione del dolore. La compassione, in questa accezione, è primariamente una risonanza affettiva: sentire la sofferenza dell’altro come se fosse la propria.
Questa concezione ha una lunga storia nella tradizione occidentale, dal pathos greco alla misericordia cristiana, fino all’empatia della psicologia contemporanea. Il suo punto di forza è l’enfasi sulla connessione emotiva; il suo rischio è la confusione tra compassione e angoscia empatica (empathic distress), ovvero una partecipazione al dolore che, invece di motivare l’azione, genera paralisi, ritiro o esaurimento.
Il termine sanscrito karuṇā ha una struttura semantica diversa. Sebbene includa la dimensione della sensibilità al dolore, il suo nucleo è l’intenzione di alleviare la sofferenza. Come suggerisce Garfield (2022), una traduzione più accurata sarebbe “cura compassionevole”, ovvero un’espressione che cattura la componente attiva e intenzionale del concetto.
Questa differenza non è meramente linguistica. Riflette due modi diversi di concepire la relazione tra emozione e azione:
| Aspetto | Compassio (Occidente) | Karuṇā (Buddhismo) |
|---|---|---|
| Centro semantico | Condivisione del dolore | Intenzione di alleviare |
| Relazione con l’azione | L’emozione può motivare l’azione | L’intenzione è costitutiva |
| Rischio principale | Angoscia empatica, paralisi | Attivismo senza saggezza |
| Correttivo tradizionale | Distacco, professionalità | Integrazione con prajñā |
Per gli operatori nelle professioni di aiuto, questa distinzione ha implicazioni pratiche immediate. Una concezione della compassione centrata sulla condivisione emotiva richiede strategie di protezione, ovvero confini, distacco professionale e self-care, per evitare il burnout. Una concezione centrata sull’intenzione di alleviare richiede invece strategie di discernimento, per evitare l’attivismo cieco o l’appropriazione del ruolo di salvatore.
3.3 Un linguaggio-ponte: la Pattern Theory of Compassion
Per articolare il confronto in modo più rigoroso, è utile introdurre una cornice teorica contemporanea che eviti le riduzioni della compassione a “semplice emozione”. La Pattern Theory of Compassion proposta da Shaun Gallagher (2024) offre questo strumento.
Secondo Gallagher, la compassione non è un singolo stato mentale, ma un pattern dinamico, ovvero un’organizzazione flessibile di componenti interdipendenti:
- Processi fisiologici: attivazione parasimpatica, modulazioni neurochimiche correlate alla motivazione prosociale;
- Spinta motivazionale: la transizione dall’empatia passiva al coinvolgimento attivo;
- Regolazione emotiva: la capacità di mantenere l’apertura senza collassare nel sovraccarico;
- Componenti cognitive: la comprensione contestuale necessaria per orientare l’intervento.
Questo schema presenta convergenze notevoli con la tradizione buddhista: l’enfasi sulla compassione come capacità che richiede coltivazione; il riconoscimento che la sola risonanza emotiva non basta; l’importanza della regolazione e del discernimento.
Tuttavia, la convergenza è solo parziale. La Pattern Theory analizza la compassione sul piano psicologico e funzionale, ovvero come un insieme di processi intrapersonali che possono essere descritti, misurati e potenziati. La prospettiva mahāyāna colloca la karuṇā in una cornice radicalmente diversa: non solo come capacità psicologica, ma come espressione di una trasformazione nella comprensione della realtà.
3.4 Il divario fondamentale: due concezioni del sé
La differenza più profonda tra le due prospettive riguarda il rapporto tra compassione e identità personale.
Nella maggior parte degli approcci occidentali, sia filosofici sia psicologici, la compassione è concepita come una virtù o competenza che un soggetto possiede. Il soggetto rimane il punto di riferimento stabile: è lui che prova compassione, che decide di agire, che gestisce le proprie emozioni. La pratica mira a formare un soggetto più competente, più resiliente, più capace di cura — ma il soggetto stesso non viene messo in discussione.
Nel Mahāyāna, la maturazione della compassione è inseparabile dalla trasformazione della struttura stessa della soggettività. La karuṇā autentica non è qualcosa che un sé possiede, ma qualcosa che emerge quando la presa del sé si allenta. Il fine non è formare un soggetto più compassionevole, ma realizzare uno stato in cui la distinzione rigida tra “chi aiuta” e “chi è aiutato” perde la sua solidità.
Questa differenza si manifesta concretamente nel modo in cui le due tradizioni affrontano il problema del burnout e dell’esaurimento compassionevole.
3.4.1 L’approccio occidentale: proteggere il sé
Nella psicologia contemporanea, il burnout nelle professioni di aiuto viene tipicamente affrontato attraverso strategie di protezione del sé:
- stabilire confini chiari tra vita professionale e personale;
- praticare il “distacco professionale” o la “preoccupazione distaccata”;
- dedicare tempo al self-care e alla rigenerazione;
- sviluppare la resilienza personale.
Queste strategie presuppongono un sé che deve essere protetto dall’eccessiva esposizione alla sofferenza altrui. La compassione è vista come una risorsa limitata che può esaurirsi se non viene gestita con attenzione.
3.4.2 L’approccio Mahāyāna: trasformare la struttura dell’esperienza
La tradizione Mahāyāna affronta lo stesso problema da una prospettiva diversa. Il rischio di esaurimento non deriva dall’eccessiva esposizione alla sofferenza, ma dalla modalità con cui ci si rapporta ad essa, ovvero, specificamente, dalla persistenza di una struttura dualistica che separa rigidamente il sé e l’altro.
Quando l’operatore si identifica fortemente con “colui che aiuta” e percepisce l’utente come “colui che ha bisogno”, si crea una dinamica strutturalmente instabile:
- ogni fallimento diventa un fallimento personale;
- la sofferenza dell’altro viene vissuta come un peso da portare;
- il successo genera attaccamento; l’insuccesso genera frustrazione;
- la cura diventa un dovere che vincola, non un’espressione spontanea.
L’antidoto non è proteggere meglio il sé, ma allentare l’identificazione che genera il problema. Quando la distinzione tra chi aiuta e chi è aiutato diventa più fluida, non nel senso di una fusione confusa, ma di un riconoscimento dell’interdipendenza, la cura diventa meno costosa perché non richiede più di sostenere un’identità separata.
3.5 Due modi di intendere la regolazione emotiva
Questa differenza si riflette anche nel modo in cui le due tradizioni concepiscono la regolazione emotiva nella pratica compassionevole.
Nell’approccio secolare, la regolazione emotiva è una tecnica di gestione psicologica. L’operatore impara a modulare le proprie risposte emotive per evitare il sovraccarico, mantenendo al contempo una connessione empatica sufficiente. È un equilibrio delicato tra apertura e protezione, gestito attraverso strategie cognitive e comportamentali.
Nell’approccio Mahāyāna, la regolazione emerge da un processo di disidentificazione. Man mano che la comprensione della vacuità si approfondisce, le emozioni, comprese quelle suscitate dalla sofferenza altrui, vengono riconosciute come processi condizionati, privi di un “proprietario”. Questo riconoscimento non elimina l’emozione, ma ne trasforma la qualità: essa può essere presente senza generare identificazione, senza diventare “la mia sofferenza per la tua sofferenza”.
La differenza è sottile ma importante. Nel primo caso, il sé rimane il gestore delle proprie emozioni. Nel secondo, la struttura stessa della relazione sé-emozione viene trasformata.
3.6 Implicazioni pratiche
Queste due prospettive non sono necessariamente in contraddizione. Possono essere viste come operanti su piani diversi, con diversi orizzonti temporali e diversi gradi di radicalità.
Per la pratica quotidiana, le strategie occidentali di gestione dello stress, confini professionali e self-care rimangono utili e necessarie. Non tutti possono o vogliono intraprendere un percorso di trasformazione radicale della soggettività; e anche chi lo intraprende ha bisogno di strumenti per il breve termine.
Per una prospettiva di lungo periodo, la tradizione Mahāyāna offre una direzione che va oltre la gestione dei sintomi. Suggerisce che alcune delle difficoltà ricorrenti nel lavoro di cura, ovvero il burnout, il cinismo, l’identificazione con il ruolo, non sono semplicemente problemi da gestire, ma sintomi di una struttura dell’esperienza che potrebbe essere trasformata.
Per la formazione degli operatori, il confronto tra le due prospettive apre domande importanti:
- È possibile integrare elementi della prospettiva Mahāyāna in contesti formativi secolari?
- Quali pratiche contemplative possono essere adattate senza perdere la loro efficacia trasformativa?
- Come evitare che l’adattamento secolare riduca la compassione a una tecnica di gestione dello stress, perdendo la dimensione di trasformazione della soggettività?
Queste domande guideranno l’esplorazione dei capitoli successivi.
3.7 Nota conclusiva
Il confronto tra compassio e karuṇā rivela che dietro la stessa parola — “compassione” — si nascondono concezioni profondamente diverse. La tradizione occidentale tende a concepire la compassione come una virtù o competenza che un soggetto possiede e gestisce. La tradizione Mahāyāna la concepisce come qualcosa che emerge dalla trasformazione della struttura stessa della soggettività.
Questa differenza non è meramente teorica. Ha conseguenze concrete per il modo in cui la compassione viene coltivata, praticata e sostenuta nel tempo. I capitoli successivi esploreranno come il Mahāyāna sistematizza questa concezione e quali pratiche ne derivano.